The Dark Knight Trilogy

Scritto da Marco Cecini il 24 agosto 2012 in Batman e Cinema, film e animazione e Fumetti DC Comics con 5 commenti

BATMAN BEGINS – ATTENZIONE SPOILER!

Tutto comincia con una musica imperiosa, quasi da marcia militare. Su uno sfondo malinconicamente autunnale, ma di quegli autunni tristi e rabbiosi, che ci fanno male all’anima ma che al contempo ci fanno sentire invidiosi della loro bellezza, una moltitudine immensa di pipistrelli s’invola fra terrificanti strida.
La scena si riapre con un motto “chi trova tiene” che è quasi una metafora dell’intero film. Quel che si trova si tiene, ciò che ci capita non si può cambiarlo, quel che il destino sceglie per noi è la strada che dobbiamo rassegnarci a percorrere. E’ una frase che quasi perde la sua crudeltà esistenziale, se messa in bocca a dei bambini. Tuttavia resta crudele. Concetti quali l’eternità, la durata, la conservazione… sono fallaci. Tutto ciò che abbiamo ci appartiene solo momentaneamente, solo fino a che non sarà di qualcun altro, solo fino a prova contraria. Una prova che presto arriva per il piccolo Bruce, la cui esistenza molti definirebbero perfetta, immersa nella ricchezza, nell’agio e nell’affetto dei genitori. Bruce ha tutto, ma presto trova la solitudine. E dovrà tenerla con sé finché vivrà. La sua ricchezza resta, ma è una ricchezza sterile, perché non si ha con chi condividerla, perché basterebbe un crack finanziario per mandarla in frantumi, perché nulla, nulla gli appartiene più, da quando la carne stessa della sua carne gli è stata portata via. Non da una malattia, non da un disastro naturale, né da un incidente. Ma dalla ripugnante disperazione che rende gli uomini corrotti e impauriti: quella stessa disperazione che suo padre ha lungamente combattuto con la filantropia e una moralità attivista, dimostrando quanto fosse inutile la lotta impotente di un uomo buono contro un mondo marcio.
Bruce naviga nell’oscurità, brancola nel buio alla ricerca di un senso per il mondo che lo circonda, alla ricerca di una via per rispettare quella promessa di bambino che egli fece sulla tomba dei propri genitori. Perché della promessa di un bambino si tratta… Bruce sa benissimo quanto sia inutile il suo intento di “trovare i mezzi per combattere l’ingiustizia”. Il suo ideale non è qualcosa di astratto ed assoluto, ma di molto concreto. L’odio, la paura e la rabbia hanno reso Bruce un uomo animato da impulsi negativi. Combattere per uno scopo giusto, per un fine di bontà, potrebbe forse farlo sentire meno colpevole per la malvagità del suo cuore. Potrebbe forse rendere più accettabile l’idea della morte della sua famiglia. Potrebbe restituire uno scopo alla sua vita.
La Cina rappresenta da millenni nell’immaginario collettivo la terra della riflessione, dell’indagine su se stessi… e della corruzione. Bruce compie in quel territorio sconfinato un viaggio di ricerca, per trovare quello che lui stesso ancora non sa di cercare. Per trovare delle risposte a domande che non saprebbe formulare.
L’incontro con Ducard-Ra’s Al Ghul pone Bruce dinanzi alla vastità del dolore e dell’animo degli uomini. Conosce persone che, al par di lui, hanno perso tutto per colpa della prepotenza e dell’ingiustizia. Il desiderio di rivalsa, di trovare un equilibrio all’ingiustizia, anima quegli uomini così come anima lui, spingendoli a celebrare una propria loro equità.
Ma cosa vuole davvero Bruce dalla vita? Cosa cerca? Vendetta? Il dialogo con il suo mentore davanti ad un fuoco ardente nella notte gelida ci chiarisce realmente la sofferenza del giovane. La vendetta non è una soluzione, non è quel che cerca. Non può perdonare, né dimenticare, ma può comprendere la disperazione e la paura che muovono gli atti spesso senza speranza di chi compie un sopruso. E’ questa comprensione, questa bontà di fondo dell’animo di Bruce, a non permettergli di fare completamente suoi gli insegnamenti di Ducard e della Setta delle Ombre. Lui deve impedire, non condannare. Deve salvare, non uccidere. Deve dare l’esempio, non la morte.
L’addestramento in Cina non è scevro da impedimenti soprattutto psicologici.

Il crimine sguazza nella comprensiva indulgenza della nostra società.

Parole che molti di noi sarebbero disposti a sottoscrivere, a maggior ragione se in prima persona fossimo stati vittime di quel crimine. Ducard fa presa sulla nostra mente, è un personaggio che ammiriamo, che siamo portati a condividere, cui non possiamo non dare ragione.
Ducard gli ha insegnato che la vendetta lo placherebbe, ed è questo in ultima analisi quel che cerca Bruce. Non vendetta, ma un modo per placare la sua sofferenza, la sua malinconia.
Alfred e Rachel gli fanno comprendere ciò che invece ha realmente senso a questo mondo. Non si può dare un significato alla propria vita, fintanto che la si vive egoisticamente, pensando soltanto a quel che in prima persona si vuole, e che in prima persona ci serve. Si può trovare un senso alla vita soltanto consacrandola a qualcosa di diverso, che tenga conto delle esigenze del nostro prossimo prima ancora che delle nostre. La vendetta personale e la rabbia non hanno significato, ma potrebbero assumerlo se fossero canalizzate verso uno scopo di giustizia e di altruismo. Sono il dovere, la responsabilità, il sacrificio, che rendono la vita degna di essere vissuta e noi fieri di viverla. E’ questa l’immensità del personaggio di Batman, che lo rende il migliore fra i supereroi. Batman è un uomo che cerca di trasformare i suoi impulsi negativi in qualcosa di utile e costruttivo. Non può eliminare il passato, né cambiare le cose. Ma può far sì che la sua sofferenza possa essere d’aiuto, seppur in minima parte. E’ l’emblema di una via, di un possibile percorso esistenziale.
Bruce rifiuta di compiere la scelta di Ducard, il suo è un cammino di solitudine e di dovere.
Una volta a Gotham, tutto prende il via rapidamente. Nolan è magistrale nel delineare ogni minimo dettaglio del realismo di Batman, i suoi accessori, le sue tecniche, i segreti delle sue mistificazioni.
Uno dei punti di forza di questo film è il fatto che ognuno può aspirare ad essere un Batman: si necessita soltanto dei giusti mezzi, della giusta motivazione, e della volontà di addestrare al limite il proprio corpo e la propria mente.
La figura del Pipistrello, incarnazione della paura, è un deterrente. Bruce deve incutere terrore nei suoi avversari prima ancora che essi lo attacchino. E’ un mezzo per diventare un triplice simbolo: leggenda, esempio, superamento della propria paura.
La paura è il leit motiv della storia. Impossibile cancellarla, la si può però superare se ad essa si antepone la giustizia, il dovere, un ideale. Batman è un simbolo ed un esempio per lo stesso Bruce… Indossando quella maschera, Bruce dà un senso alla sua esistenza, diviene il frutto della sua stessa paura e della sua perdita, si tramuta in un ideale di salvezza e di riscatto morale.
Non ha superpoteri, ha soltanto la convinzione che il giusto e il bene possano dare un conforto al suo dolore. E’ un uomo, con tutte le sue debolezze ed i suoi drammi. La scena in cui lo Spaventapasseri lo avvelena dandogli poi fuoco è da manuale del cinema: la pioggia scrosciante si abbatte su di lui colpendolo come mille pugni allo stomaco, mentre le sue speranze, l’ambizione di grandezza e di invulnerabilità che la sua mente aveva cominciato ad accarezzare vanno infrangendosi come uno specchio di vanità, mentre tutto ciò di cui si era convinto ed a cui si era consacrato viene rimesso in discussione.
Le debolezze di Batman sono ancora più lampanti delle sue virtù. E’ un uomo che si innamora della sua stessa leggenda, che si lascia prendere la mano, che non riesce a limitarsi a “ciò che deve”, ma che si ritaglia anche una buona fetta di azione per il suo personale ego e per la sua smania di potere.
La sua teatralità serve a soddisfare il suo desiderio di grandezza, prima ancora che ad atterrire i nemici. “Giura su di me!”, grida Batman a Fless, ed in queste parole sta il nocciolo delle sue psicosi.
La storia perde rilevanza di fronte al messaggio: la paura può essere superata, il male può essere un mezzo per conseguire un giusto fine. La verità non sta negli assunti assoluti, ma nell’interpretazione pratica che di quegli assunti si riesce a dare. Ducard è la metafora di questo messaggio. Le sue parole sono vere, giuste. Ma diventano intollerabili nel momento in cui l’interpretazione pratica che egli ne dà si tramuta in genocidio.
Questo è un film confezionato con precisione chirurgica. I dettagli del costume, le risposte ai mille perché cui da decenni non si otteneva risposta, la spettacolare performance di un cast ineguagliabile, la fisicità e il dramma interiore di Bruce che trovano in Bale un interprete che vive quasi come una “seconda pelle” il suo personaggio. Le musiche di Hans Zimmer, che fanno di questo film il manifesto stesso di una rabbiosa malinconia.
Bruce non è un buono, ma è un giusto. Non uccide, ma non è tenuto a salvare. Potremmo mettere questa frase in perfetta equazione con il vero messaggio finale di questa pellicola, un inno all’impegno ed alla conoscenza di noi stessi attraverso le nostre azioni:

Non è tanto chi sono, quanto quello che faccio, che mi qualifica.

 


Informazioni sull'autore

Marco Cecini [Barry Allen]Nato a Roma, classe 1982. Appassionato, volitivo, amante di tutto ciò che è epico, eroico, e che rimanda al sapore antico e primigenio del vivere. In quanto tale, il fumetto supereroistico rientra di diritto nel novero delle sue passioni più grandi.Leggi tutti gli articoli di Marco Cecini