Amedeo che non muore

Scritto da Giuseppe Pulvirenti il 18 gennaio 2012 in Recensioni Libri con nessun commento

Autore: Egle Palazzolo
Edizione italiana: Avagliano Editore, 2009, 119 pp., 12 euro


L’immortalità negata. 

Vivere e morire non è mai stato così arduo.

Una delle tematiche più care alle fantasie dell’uomo è l’immortalità.

Puntualmente egli si pone precise domande a cui non potrà mai rispondere: questioni esistenziali, sulla vita, sul mondo, sull’uomo stesso. Domande che forse hanno come caratteristica principale quella di non avere risposte concrete. A volte ciò è vantaggioso: la totale conoscenza porterebbe infatti alla follia assoluta. È forse meglio essere dei perfetti ignoranti allora? Chiaramente no. Sarà meglio intraprendere comunque un cammino nei meandri del sapere, della conoscenza; poco importa se non avremo delle risposte, a volte basta la sola domanda ad arricchirci.

Ci prova Egle Palazzolo con Amedeo che non muore (pp. 120, € 12,00), romanzo breve edito da Avagliano Editore.

Il libro si collega proprio a quella domanda che  l’uomo si è sempre posto in particolare, e cioè se dopo la morte ci fosse un qualcosa. Questo è il quesito senza risposta per eccellenza, in quanto dalla morte non è mai tornato nessuno per spiegarci com’è l’aldilà. O forse sì.

Nonostante ciò, l’unica via per eludere questo “tragico” destino che prima o poi spetterà a tutti, sarebbe quello della vita eterna. Ovvero l’impossibile.

Eppure c’è chi vive eternamente. Nei ricordi o attraverso la storia, nel bene e nel male “vive”.

E se invece, oltre che con i ricordi si potesse vivere “fisicamente” per sempre?

Su questa e più domande che ruotano attorno al tema dell’immortalità, si poggia la “scheggia” di vita che Palazzolo ci lascia intravedere del suo personaggio.

La morte raggirata. Oppure no?

L’assunto alla base del romanzo è questo: alcuni scienziati hanno scoperto come raggirare la morte grazie a una speciale formula che consente l’immortalità a tutti gli esseri umani. Palazzolo ci fa vivere il tutto attraverso gli occhi di Amedeo, un quarantenne dalla vita abitudinaria, con pochi amici e con una donna, Maddalena, che rappresenta per lui l’unico punto fermo della sua esistenza. Il protagonista ci appare sin da subito fortemente scosso dalle complicazioni morali di tale elisir di lunga vita.

La notizia ha un impatto sconvolgente che esalta chiunque, ma non il nostro Amedeo, che inizia nel frattempo a porsi lecite domande, quali: è giusto per un bambino rimanere per sempre tale? Per un anziano è corretto vivere per sempre una vecchiaia imperitura?

L’entusiasmo collettivo crollerà del tutto nel momento in cui si registrerà una nuova morte. Si scoprirà così che in realtà il dono della vita eterna era momentaneo, e sarà soltanto privilegio di pochi fortunati.

Amedeo è uno di questi “immortali”, il cui numero è del tutto imprecisato, ma è facilmente intuibile che si tratta di casi rarissimi.

Date queste premesse, per tutto il romanzo siamo partecipi del dramma di Amedeo.

Il dono dell’immortalità sembrerebbe sulla carta il più grande dei sogni: in fondo, il vivere per sempre e il non invecchiare porterebbero alla conoscenza assoluta, porterebbero a provare tutte le esperienze possibili. Chi potesse vivere per sempre assisterebbe ai futuri miracoli della scienza, della tecnologia.

Saprebbe sempre di più.

Si potrebbe anche essere testimoni di un perenne futuro però, cristallizzato in un eterno presente per il protagonista che non conoscerà mai la vecchiaia, che rimarrà sempre uguale a se stesso.

Ed è proprio questo che rode nell’animo di Amedeo. A cosa serve vivere se si vive per sempre? Non si apprezzerebbe mai nulla completamente. Gli attimi, le emozioni, i sentimenti, il passare delle ore, diventerebbero semplice routine.

Non sarebbe meglio la morte allora?

Perché vivere eternamente, se le persone che ami, i tuoi conoscenti e tutti quelli che non godono di tale dono, muoiono tutti lentamente intorno a te? Non importa quante persone si possano conoscere nella vita, se ne andrebbero tutte prima o poi, tranne lui, Amedeo, che vivrebbe da solo con la sua “maledizione”.

Ma le domande che si pone il nostro protagonista sono ben più complesse, ben più profonde. Riguardano principalmente il rapporto inscindibile tra la vita e la morte. Esse rappresentano l’alpha e l’omega dell’esistenza, della vita terrena.

Si nasce, si cresce e si muore. Vivere in eterno sarebbe un incubo più che un sogno, non si troverebbe mai quella pace che giunge attraverso la morte. La morte infatti è “vita” stessa, fa parte del ciclo dell’esistenza degli uomini, serve a ricordarci che tutto ha una fine.

L’alpha e l’omega della nostra vita potrebbero apparire come due estremi lontanissimi o molto più vicini, dipende dall’ottica dell’interessato. Per cosa vale la pena esistere allora? Per ciò che si trova nel mezzo, e che si chiama vita.

Se Amedeo vivesse per sempre, diverrebbe senz’anima non solo perché rimarrebbe eternamente solo, ma perché affronterebbe la vita ogni giorno in maniera uguale e meccanica, come un automa dalla ricarica infinita.

Gli infiniti dilemmi di un immortale.

Purtroppo, il romanzo è “solo” questo. Una serie ininterrotta di domande, di questioni filosofico-esistenziali che il protagonista si pone lungo tutta la narrazione, domande che giustamente non possono trovare risposta, e che servono a solleticare l’interesse del lettore verso tale argomento.

Ma, ed è questo il difetto del romanzo, tutto ciò non sfocia mai in una trama vera e propria. Amedeo non vive delle esperienze che possano farlo realmente riflettere sul tema in questione. Il tutto viene raccontato come se si avvertisse soltanto l’eco degli eventi: al centro solo i dubbi morali di Amedeo.

Solitamente temi legati all’immortalità, alla vita eterna, hanno risvolti da romanzo fantasy o prettamente sci-fi, ma non è questo il caso. Dall’esperimento iniziale che dona la vita eterna all’ipotetica soluzione finale, l’intreccio viene semplicemente abbozzato.

Il lettore quindi, non vede il protagonista crescere, “evolvere”, si fa semplicemente un’idea di lui legata ai suoi dilemmi morali, quando invece l’autrice avrebbe potuto intervenire maggiormente per mostrarci altri lati di Amedeo, raccontare attraverso le vicende del libro alcuni tratti del protagonista, che avrebbero influito – arricchendolo – sul racconto.

In conclusione possiamo dire che probabilmente, visto lo stimolante argomento che offriva potenzialità narrative pressoché infinite, ci si aspettava qualcosa di differente da questo romanzo breve: l’autrice invece vira verso altre direzioni, puntando semplicemente sul far sorgere – o risorgere in alcuni casi – determinate domande che sono innate nell’uomo, domande che creano spunti, riflessioni, anche angosce in qualcuno, ma che certamente non lasciano indifferenti.