Cujo

Scritto da Vittorio Petrone il 18 dicembre 2011 in Recensioni Libri con nessun commento

FORMULA ANTIMOSTRO

Per Tad

Mostri, state fuori da questa stanza!
Lo spazio per voi non è abbastanza.
Sotto il letto non c’è posto e quello
che ci prova finirà arrosto!
Nell’armadio non c’è spazio e per quello
che ci prova sarà uno strazio!
Dalla finestra non t’affacciare
vedresti cose da far tremare!
Niente vampiri lupi e morti vivi
non c’è posto per i cattivi!
Niente di male ci sarà per tutta la notte
a chi ci prova una manica di botte!

 

E invece i mostri esistono, Tad. Sono là fuori, in molteplici forme, ed aspettano. Si annidano nell’oscurità e al momento propizio escono fuori. Per te questa scoperta non è una novità, vero? Tu hai incontrato uno dei più cattivi e spaventosi mostri di tutti.
Cujo.
Libro del 1981, “Cujo” è uno dei romanzi che vengono scritti nel campo che ha reso famoso Stephen King: quello dell’horror. Ambientato a Castle Rock, luogo che non è nuovo agli assidui lettori del Re per chi ha letto libri come “La Zona Morta” o soprattutto “Cose Preziose”. “Cujo” prende il nome dal protagonista del romanzo che, strano ma vero, è un cane. Precisamente un San Bernardo, a cui tocca la veste di “mostro più sconvolgente di King” perché divenuto idrofobo – contrae la rabbia – seminando così il terrore a Castle Rock. Il libro segue anche e soprattutto le vicende della famiglia Trenton composta da Vic, Donna e Tad, di soli quattro anni, che si andranno a schiantare con il San Bernardo per un brutto scherzo del destino. King spesso e volentieri ci regalerà alcune pagine del libro viste dal punto di vista del cane, da chi è, cosa vede e cosa fa sia prima di contrarre il morbo sia dopo, quando diventa un mostro. E’ la particolarità del romanzo. Il San Bernardo, infatti, viene descritto come un cane tenero e giocherellone, malgrado i suoi cento chili di peso, che amava tutti ed in particolar modo i bambini, tra cui Brett, il suo padroncino, e Tad, che ha avuto occasione di conoscere. Inseguendo un coniglio rimarrà morso da un pipistrello rabbico che gli trasmetterà velocemente la malattia. Anche il suo cambiamento ci verrà descritto, mentre il fato già possiamo immaginarcelo.

Non voleva tornare a casa. Se fosse tornato a casa, un membro della sua trinità (L’UOMO, LA DONNA, IL BAMBINO) avrebbero visto subito che si era fatto qualcosa. Era probabile che qualcuno l’avrebbe chiamato CANECATTIVO. Del resto lui stesso in quel preciso istante si sentiva proprio un CANECATTIVO.

“Cujo” inizia con il famoso “c’era una volta” delle favole, inizio paradossale se si pensa all’argomento trattato e soprattutto come inizia il Re, che ci racconta di un altro mostro nel passato di Castle Rock, Frank Dodd, diventato tanto famoso quanto spaventoso da essere raccontato al posto de “l’uomo nero” ai bambini cattivi. Cinque anni dopo arriva Cujo, che vuole uccidere tutti quelli che incontra, vedendoli come causa del suo male. Un comportamento giustificabile, in parte, se si pensa che la rabbia deteriora il sistema nervoso. Intanto Tad Trenton vede i mostri nell’armadio. Forse perché ipersensibile data la situazione familiare ultimamente un po’ agitata tra Vic e Donna, che sia Frank Dodd o un mostro non definito con due tizzoni ardenti per occhi somigliante a Cujo non importa, c’è la Formula Antimostro. Peccato che questa formula non può funzionare per sempre. Tante coincidenze, come il viaggio di lavoro di Vic, la macchina di Donna inaffidabile per un problema al motore, portano il libro ad una situazione di stallo. Cujo, che lascia dietro di sé una scia di sangue, tra cui Joe Camber, meccanico e suo padrone (mentre, fortunatamente, sua moglie Charity ed il figlio Brett sono altrove, dalla sorella), è ora diventato il guardiano della casa dell’ex padrone dove Donna e Tad Trenton si dirigono per sistemare la macchina. L’auto esalerà l’ultimo respiro proprio nella proprietà dei Camber, ed eccoci serviti uno dei libri più tesi del Re. La situazione di stallo, Donna e Tad isolati dal mondo, bloccati in macchina mentre Cujo pazientemente attende e non vede l’ora di ucciderli, diventa così la parte più interessante e che si fa leggere febbrilmente del libro, che durerà fino alla fine. Da metà libro “Cujo” si trasformera in un survival horror, un perfetto thriller. Il tempo passa, i viveri scarseggiano e uno degli ostaggi è un bambino di quattro anni, la cui durata ancor più limitata della madre. Claustrofobico ed amaro, “Cujo” è davvero incredibile. Coinvolge il lettore facendogli provare emozioni come paura, rabbia, disgusto, speranza che si affievolisce. “Cujo” è una corsa contro il tempo, contro la Morte, tesissima come una corda di violino che si può spezzare da un momento all’altro. La figura del cane che, affetto dalla rabbia, con la bava alla bocca e gli occhi rossi, osserva dal vetro del finestrino madre e figlio con le ore contate ghignando, quasi sorridendo, è una delle immagini più tristi e spaventose che il Re abbia mai descritto. Il mondo è diventato una macchina, anzi, una prigione di metallo. Il migliore amico dell’uomo è ora diventato il peggiore, un mostro terribile ed implacabile di cento chili, un demone che non ha più freni inibitori e la quale sete di sangue non può essere saziata, nel pieno della malattia mentale che lo affligge. Stephen King, verso la fine del libro, giustificherà il comportamento di Cujo che a causa della rabbia non poteva scegliere liberamente. Non voleva uccidere, era un bravo cane. Ed è infatti il cambiamento repentino del San Bernardo, da amabile a folle omicida, uno dei più grandi dolori del libro. Un altro cane, che purtroppo ha cancellato il vecchio in un battito di ciglia. Questo libro miete molte vittime in campo psicologico: il cane stesso, dei perfetti innocenti come Donna, Tad, Vic, Brett e Charity Camber… e noi lettori. “Cujo” è molto amaro e triste e, per questo, uno dei libri più belli. Io ho chiuso il libro con una sensazione di malessere ed angoscia, segno che è rimasto nel cuore, è rimasto qualcosa di “Cujo”, del libro in generale. C’è la disperazione di una madre che deve cercare di rimanere cosciente per il figlio quattrenne che, delicatissimo, vede il suo tempo dimezzato. Molte cose potrebbero essergli negate, poche ne ha fatte nella sua breve vita. La verità è che per quanto si stia insieme si è soli, tremendamente, senza speranza, mentre tra la vita e la morte c’è una misera portiera. E poi fa caldo. La macchina è un forno e Cujo continua imperterrito ad aspettare. E’ proprio la situazione alla quale è costretto il bambino che stringe il cuore, fa venire voglia di leggere il libro tutto d’un fiato per sapere come finisce la vicenda, se qualche altra vita viene prematuramente spezzata.
Le parti del libro sono diverse; narrano ciclicamente le vicende di Vic e il suo viaggio di lavoro, di Brett, preoccupato per il suo cane sebbene sia ignaro del suo cambiamento, e Charity Camber e il loro viaggio di piacere, e le parti più interessanti per ovvi motivi, quelle di Donna, Tad e Cujo. La stessa situazione fa capire l’importanza della vita, nelle piccole cose che la compongono, dalle gioie e i dolori fino alle cose più insignificanti o scontate come un flacone di shampoo, un bicchiere d’acqua. Tensione e pathos permeano lo scritto, un climax ascendente per questa tragedia che reputo un gioiello nella ampia collezione di libri scritti da Stephen King.
Cujo è una delle figure meglio riuscite e tratteggiate dallo scrittore, ed è forse per questo che il San Bernardo dagli occhi infuocati viene citato in molti romanzi del Re: per non far dimenticare una storia che non deve essere dimenticata o, per chi non la possiede, deve recuperare al più presto. La morale di questo libro che inizia con il “c’era una volta” è:

Il mondo era pieno di mostri e non c’era niente che potesse impedirgli di mordere gli innocenti e gli incauti.

Amara e realisticamente spaventosa, come tutto il libro.
Di “Cujo” è stato prodotto anche un film che ha un finale diverso che, a mio parere, non dona la stessa epicità, amarezza e bellezza del libro. E’ proprio l’epilogo, infatti, il vero colpo al cuore, quel che fa ricordare di “Cujo”, che lo scava, oltre all’amore della madre per il proprio figlio.
King afferma di non ricordarsi della stesura di questo romanzo, perché in quel periodo stava passando un brutto periodo a causa di problemi di dipendenza dall’alcool. Sobrio o ubriaco che sia, il Re è sempre il Re, del brivido, con il suo modo unico di descrivere situazioni, caratterizzare personaggi… e cani, a quanto pare. Un capolavoro di Stephen King.
Non potrò mai dimenticarmi di Cujo, di Donna, di Tad. Hanno occupato un posto nel mio cuore e mi auguro che facciano lo stesso con il vostro.
Lunghi giorni e piacevoli notti. Attenzione ai mostri nell’armadio, vivete, amate.

Ancora un pochino, amore. Poco poco. Te lo prometto. Te lo prometto.

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