Il “Sense of Wonder” è morto. Viva il “Sense of Wonder”!

Scritto da Andrea Ruscito il 2 febbraio 2014 in The Leaguers' Corner con un commento

“La felicità è vanificata dal tempo. Il dolore dallo spazio.”

Per istinto siamo portati a descrivere il mondo in primis per come lo conosciamo. Successivamente scegliamo gli argomenti a noi poco noti, ma con le affermazioni di cui siamo sicuri. Solo infine, solo in ultimo, decidiamo che è giunto il momento di esplorare ciò che da sempre “abbiamo sentito dire”.
Se la scelta è dettata solo ed unicamente dalla conoscenza, essa resta ricettiva al reale, al realistico, al realizzabile e al noto, senza mai soffermarsi, nemmeno per un momento, su ciò che potrebbe essere. Essa perde di contenuto nell’istante in cui è conclamata ed è fine a quello a cui appartiene.
La scelta è la sillaba che permette alla parola di avere senso, è la goccia che protende verso il bordo del bicchiere e, a volte, declama il versamento. La scelta è “La Gioconda” del Da Vinci che diviene il dipinto più famoso della storia dell’arte pittorica.

Se noi la legassimo solo ed unicamente alle regole, alle leggi e all’ordinario, essa smetterebbe di esistere e non potrebbe mai concentrarsi verso la pretesa di scoperta di altri mondi: apparenti, immaginifici ed immaginari, favolistici, chiusi, infiniti ed astratti, scoperti, riscoperti, unici, sfuggenti, illuminati ed illuminanti, consolidati, stranieri, sconosciuti o noti, magici, scientifici e fantascientifici, ordinari, morti, generici, nuovi, impercorribili ed impenetrabili, vivi.

HO UDITO UN’ESPLOSIONE AD EST
-La predita dell’innocenza e la fine del sogno-
Ci illudiamo di poter comprendere il tempo e lo spazio, quando ormai, superata la soglia del secondo millennio dopo Cristo, ci rendiamo conto che la fisica che conosciamo inizia a sgretolarsi sotto i nostri occhi, cedendo il passo ad un nuovo universo di possibilità, legato a dettami che ancora non comprendiamo e figlio di leggi che resteranno ignote per i decenni a venire.
La solitudine dello spazio non è fatta di freddo e ghiaccio, ma è l’immenso vuoto che si attanaglia nell’animo umano, solo espresso attraverso il mistero di Dio. Non esiste il sopra e sotto, non v’è inizio (probabilmente) né fine. E malgrado tutto cerchiamo ancora di imbrigliare l’infinito chiamandolo per nome.
La superiorità degli elementi è dettata da una scala di valutazione comprovata, un dettato di simboli che in ogni luogo del nostro mondo viene riconosciuto come unico, siamo depositari di codici che pretendiamo di inviare anche nello spazio (e nel tempo, considerata la durevolezza del viaggio), ma riusciamo sempre e comunque a stupirci delle capacità poco note dello spettro emozionale. Se la mente è un mondo e l’animo ne è la porta, non è forse egoistico commisurare il tutto in base alle dimensioni. Lo stesso Dottore (Doctor Who) viaggia con un’astronave che “è più grande all’interno”, ma che vista da fuori compare come una semplice cabina telefonica della polizia londinese.
Ho udito un’esplosione ad est, e poi ho visto che essa era la fine di un’epoca, ma non ho compreso il perché. Semplicemente l’ho udita.

Gigantomachia

GIGANTOMACHIA
Mito moderno e classico futuro

Con gigantomachia si indica la lotta avvenuta tra i Giganti e gli Dei dell’Olimpo. Costoro erano 24 e da questa battaglia, tra le altre cose, ha avuto origine l’isola che conosciamo col nome di Sicilia.

Il mito moderno non esiste. Non più almeno. La modernità narrativa risiede nella possibilità di strabiliare (cosa sempre più rara) con storie che, seppur sacrificando l’originalità (ormai perduta), riescano ad appagare le varie proprietà di svolgimento di un racconto. Se è vero che esiste un prologo, uno svolgimento e un epilogo, oggi accade che spesso alcuni di questi passaggi perdano di valore, vanificando la narrazione e ciò che si preannunciava di cantare.
I moderni giganti, quelli contemporanei, risultano essere personaggi che riflettono ad oltranza una luce che, ormai, appare sempre più lontana e spenta. E’ un essere che porta ad una vita fatta di rendita, dove la grandezza di un tempo si spegne alle prime luci dell’ombra, senza tentare nemmeno di ravvivare quella fiamma il più delle volte.
Ecco che l’archetipo ideale del superuomo, che porta su sé un’eredità di oltre sette decadi, è oggi figlio di un rilancio avvenuto per fasi (dove l’Action Comics di Grant Morrison resta ancora la prova migliore), e rimane ancora riconoscibile in un contesto immutabile ma non costante.
Il moderno gigante oggi risiede in quelle opere denominate “super-heroes comic books”, che continuano fortemente ad essere legate all’effetto leggenda, tanto quanto lo risultava essere (a suo tempo) un semidio chiamato Eracle.

LA SCELTA
La prova e il ricordo

Cosa comporta oggi la scelta di acquistare un albo a fumetti (sia di Superman, che di qualunque altro super-eroe), oggi che il “sense of wonder” sembra defunto. Oggi, che l’impossibile è stato distrutto dal “realismo assoluto”, che ciò che non viene narrato è errore e quello che viene spiegato, invece, diventa il superfluo. Se la critica è così capace di dissentire, spezzare, elevare, concordare, fulminare e preparare, sottrarsi, giocare e abbattere, cosa comporta la possibilità di realizzarsi all’interno di una storia.

death superman

Noi, che negli anni 90 compravamo i fumetti in edicola il mercoledì e il giovedì, e piangevamo con Lois, mentre stringeva al petto il corpo esanime di Superman, dopo la battaglia contro Doomsday. Noi, che ci disperammo quando Reed Richards morì per mano del Dottor Destino e Atlantide fu distrutta dall’arrivo di Avalon. Noi, che abbiamo scoperto cos’è la fisioterapia perché Bane procurò delle gravissime lesioni a Batman. Noi (io), che ogni volta che Jean Grey compariva in una storia pregavamo che non sarebbe morta ancora. E ancora. E ancora. Noi, che con la Rinascita dei Supereroi della Marvel abbiamo amato/odiato la Image. Noi che compravamo Witchblade per i disegni del compianto Michael Turner, e poco importava se le storie non erano scritte da Alan Moore. Noi che potremmo andare avanti con altre decine di esempi, e continuare a capire che una volta i fumetti erano più un piacere che un onere. E che in edicola si andava per la gioia di quelle pagine colorate e quelle storie scanzonate, e a volte se non erano del tutto affascinanti restava comunque la possibilità di crescere attraverso esse e capire che il domani sarebbe stato differente, perché il “sense of wonder” non te lo avrebbe mai tolto nessuno.

reed jean thor captain america iron man witchblade turner image

Io non lo so. Io non mi ricordo di preciso, ma sono sicuro di una cosa: la scelta è come il gusto. E quando si smette di comprenderla si perde anche la capacità di ritrovarla. Se la vincolassimo solo alle regole sarebbe superflua e fallibile.

E se noi la legassimo solo ed unicamente alle stesse di sopra, alle leggi e all’ordinario, essa smetterebbe di esistere e non potrebbe mai concentrarsi verso la pretesa di scoperta di altri mondi: apparenti, immaginifici ed immaginari, favolistici, chiusi, infiniti ed astratti, scoperti, riscoperti, unici, sfuggenti, illuminati ed illuminanti, consolidati, stranieri, sconosciuti o noti, magici, scientifici e fantascientifici, ordinari, morti, generici, nuovi, impercorribili ed impenetrabili, vivi.


Informazioni sull'autore

Andrea Ruscito [Jor-El]Nato a Cassino (FR) e residente a Pontecorvo (FR), classe 1982. Cultore del brand mutante di Casa Marvel (gli X-Men) con specializzazione nella Forza Fenice e Jean Grey. Amante della DC Comics, vede in Superman la più grande forma di rappresentazione ed espressione del fumetto supereroistico. Tra le passioni s'annoverano la musica, la Science Fiction, il fumetto, il cinema, la poesia e la pittura. Serie tv preferita? Battlestar Galactica!Leggi tutti gli articoli di Andrea Ruscito