Jack of Fables – La (quasi) grande fuga

Scritto da Giuseppe Urso il 6 giugno 2010 in Fumetti DC Comics e Vertigo & Wildstorm con nessun commento

Testi: Bill Willingham, Matthew Sturges
Disegni: Tony Akins
Edizione Originale: Jack of Fables – The (Nearly) Great Escape
Edizione Italiana: Planeta DeAgostini, € 9,95

Frizzante, spassosa e, per certi versi, anche impegnativa. Queste sono le principali caratteristiche che abbondano in questo volume incaricato d’introdurre il lettore nel mondo di Jack of Fables, il primo crossover, dedicato all’omonima fiaba, della fortunatissima serie scritta ed ideata da Bill Willingham.
Dopo l’importanza rivestita ai tempi di Fiabe in Esilio, prima storia della regular, in cui aveva in effetti esercitato un reale peso all’interno della trama, l’ex ragazzino ammazzagiganti non aveva più avuto modo di vedere sfruttate a pieno quelle stesse potenzialità che gli erano da subito servite per ritagliarsi un largo seguito presso il pubblico di lettori.
Fables è, senz’ombra di dubbio, un fumetto corale, caratterizzato, cioè, dall’interazione di un gran numero di personaggi spesso compressi tra i confini di parentesi narrative forse troppo piccole o, comunque, brevi. Questo comporta, quindi, un’esigenza da parte dello scrittore, in ogni caso abilissimo nel fornire un’ottima indagine psicologica di ognuna delle sue creature, di dosare con giusta sapienza i tempi da dedicare ai vari protagonisti di volta in volta coinvolti nella narrazione.
Jack, nonostante fosse apparso immediatamente come fiaba dalle molteplici sfaccettature, ha avuto la sfortuna, non essendo una Bianca Neve, un Luca Wolf o un Principe Azzurro, di non possedere una vera strategia da sfruttare per imporsi con forza nel procedere della trama principale che vede, nel frattempo, un acuirsi dello scontro tra Favolandia e l’Avversario.
Prima di Jack of Fables, il personaggio si era così ritrovato a vagare senza una reale meta, protagonista di molteplici siparietti perlopiù comici, arguti, ma che non gli permettevano una vera incisività narrativa.
Abbandonata la sede newyorkese dopo la Battaglia di Favolandia, e costretto ad allontanarsi quasi del tutto dalla comunità delle favole in seguito a quanto letto nel TP Terre Natie, Jack dà inizio alle sue avventure in una storia chiaramente ispirata, lo stesso Jack non ne fa mistero, alla Grande Fuga di Paul Brickhill, romanzo autobiografico scritto nel 1950.
La trama ruota intorno ad un misterioso villaggio-prigione, la cosiddetta Casa Protetta “Ramo d’Oro”, gestita da una altrettanto misteriosa organizzazione, i Bibliotecari, e capitanata dall’ancor più misterioso Mr. Revise.
La prima mossa per garantire una ragion d’essere all’eroe (nel caso di Jack, parola da utilizzare con la dovuta cautela) è affiancargli un nemico, una nemesi, e Mr. Revise ben si presta all’opera.
La comunità “Ramo d’Oro” è una fittizia isola felice, all’apparenza un luogo paradisiaco, dato che le fiabe che vi vivono lo fanno immerse nelle più varie e gratuite comodità, ma in realtà classica prigione dorata. La vita di Revise pare infatti essere stata votata alla cattura ed alla segregazione di quante più fiabe possibili, tutte quelle sulle cui fantasiose membra riesce a mettere mano.
Il puzzle è ancora, naturalmente, incompleto, e Willingham si limita semplicemente ad accennarne il disegno finale.
Fine ultimo di Revise sembrerebbe quindi essere quello di prosciugare ogni fiaba della propria magia, lasciando che i loro ricordi presso i terreni, approfittando del fatto di tenerle lontane dal mondo, sbiadiscano e muoiano per trasformarli in comuni mortali.
Tutto ciò tenendo ben presente come lo stesso Revise non sia in realtà un semplice essere umano. Non è infatti una fiaba (non da quello che afferma), né, però, un terreno. Chi è allora? Qual è la vera identità dei Bibliotecari?
Alcuni indizi, intanto (leggasi la presenza della Fallacia Patetica, personificazione di un espediente letterario, ed il nome stesso dell’organizzazione che sorregge “Ramo d’Oro”), ci sono… Al lettore il diletto di proporre le prime supposizioni.
Al di là del naturale ampio spazio da dedicare alle continue gag del protagonista (risate strappate non da eventuali spiritose battute o ingegnose trovate, bensì dal suo comportamento sempre spiazzante ed incredibilmente egocentrico), questo primo arc di Jack of Fables si trasforma, e qui si sviluppa uno dei suoi più marcati punti di forza, in un vero e proprio sunto di storia delle tradizioni popolari.
Libero da una trama ormai ben salda e monolitica da portare avanti, Willingham può infatti prelevare a mani larghe dall’ampio calderone del mondo delle fiabe. Nello scegliere dei nuovi volti da relegare nella Casa Protetta di Mr. Revise, lo scrittore si diverte anche a fornire interessanti nozioni storiche su gran parte di loro.
Non c’è, quindi, una mera e sterile trasposizione della fiaba dalla tradizione folcloristica al fumetto, ma piuttosto il tentativo di trasmettere una personale conoscenza culturale su quanto si sta trattando. Il caso forse più emblematico di questa perfetta fusione tra antropologia culturale e fumetto è visibile nel personaggio di Sam.
Del tutto irriconoscibile ad un primo sguardo, a decretarne l’identità è quell’insieme di informazioni squisitamente storiche sullo sviluppo culturale e sociale avuto dalla fiaba, nell’arco della sua esistenza, presso i terreni.
Altri esempi possono tranquillamente essere rintracciati in Mamma Oca e Humpty Dumpty, un’altra delle caratterizzazioni più riuscite dell’autore.
A quanto detto si aggiunge anche un utilizzo più funzionale delle fiabe in questione. Il loro intervento nella trama si attua infatti mediante azioni e comportamenti che sono propri delle filastrocche o dei racconti d’origine. Ecco perché, come inizialmente accennato, La (Quasi) Grande Fuga potrebbe risultare maggiormente impegnativa delle precedenti avventure di Fables, soprattutto se alla ricerca di una totale comprensione di ogni sua vignetta.
Alcune scene, esempio tra tutte le tigri che si trasformano in burro, sono perciò comprensibili solo per chi gode già di una discreta conoscenza della fiaba originale.
In questo antipasto di Jack of Fables, la cui freschezza e spensieratezza si presta davvero per spezzare magari la lunga e fitta trama che nel frattempo si dipana sulla ongoing principale, c’è abbastanza carne sul fuoco per soddisfare i più svariati palati; dagli appassionati di folclore che  si divertono a rintracciare, di volta in volta, le fiabe utilizzate da Bill Willingham, a coloro che, invece, amano intrattenersi con avventure in cui azione, intrigo, comicità ed anche, perché no, un po’ di sano sesso (la presenza di Riccioli d’Oro è sempre una garanzia) la fanno, in un equo mix, da padrone.

Who’s Who
(ovvero un breve identikit delle fiabe qui, per la prima volta, apparse).

Il mondo di Alice nel Paese delle Meraviglie
E’ un meriggio dorato del 4 luglio 1862, ed una barca si sospinge beatamente lungo il Tamigi, cullando oziosamente i suoi passeggeri. A bordo, un giovane insegnante di matematica presso l’Oxford College, in compagnia di un collega, intrattiene amorevolmente tre giovani fanciulle, le sorelline Liddell. La storia che narra loro vede per protagonista un curioso e bizzarro mondo sotterraneo, tra i cui fantasiosi meandri hanno luogo le avventure di una giovane bambina.
Quella bambina è Alice, tra le tre sorelline Liddell, la media.
Intenzionato ad esaudire un desiderio della piccola Alice, il reverendo Charles Lutwidge Dodgson, oggi unanimemente conosciuto con il suo pseudonimo di Lewis Carroll, inizierà la stesura, la sera stessa della gita, di Alice’s Adventures Underground, la trasposizione su carta del racconto.
Questa prima versione del capolavoro carrolliano aveva un minor numero di capitoli, di personaggi, ed era correlato da disegni eseguiti dallo stesso reverendo.
Nel 1865, con l’ampliamento della trama e l’introduzione dei classici disegni di Sir John Tenniel, esce la prima versione pubblica del libro, il cui titolo è mutato in Alice’s Adventures in Wonderland.
Sei anni dopo è la volta di Through the Looking-Glass, and What Alice Found There, il seguito ufficiale.
L’immensa popolarità che assale immediatamente i romanzi carrolliani  è essenzialmente dovuta al gran numero di enigmi, giochi di parole, bisticci linguistici, simbologie e continue burle nei confronti di personaggi e temi appartenenti all’epoca in cui Carroll scrive, presenti tra le sue pagine. Tutto ciò fa di Alice in Wonderland (la più comune contrazione dei due titoli) un’opera solo in apparenza destinata ad un pubblico infantile.
Nell’universo di Fables, lo scrittore Bill Willingham introduce per la prima volta la gran parte dei personaggi più importanti di Carroll proprio ne La (Quasi) Grande Fuga, prigionieri della Casa Protetta “Ramo d’Oro” di Mr. Recive. Ad eccezione delle Ostrichette, pare comunque che tutti siano infine riusciti a fuggire al seguito di Jack.
Da evidenziare la versione che Willingham fa di Alice… Una ragazza ormai adolescente dal dito medio piuttosto facile.

Il Meraviglioso Mago di Oz
Tradizionalmente nato come opera di satira sociale, specchio letterario di quella situazione economica nella quale si sbracciava l’America dell’ultimo ventennio dell’Ottocento, strozzata da una pesante inflazione, il libro di L. Frank Baum, pubblicato per la prima volta nel 1900, è il capostipite di una consistente mole di romanzi tutti ambientati all’interno del fantastico mondo di Oz. Frank Baum ne scrisse di proprio pugno quattordici, seguito, poi, dopo la sua morte, da altri scrittori quali Ruth Plumly Thompson, John Neill, Jack Snow, Rachel Cosgrove e le McGraw.
Accanto a questi nomi, altri autori si sono nel tempo cimentati nella scrittura di ulteriori frammenti di Oz, ufficialmente però non giudicati come appartenenti alla continuity ufficiale.
Mentre alcuni personaggi dell’ampia collana sono già in passato apparsi tra le pagine di Fables, il gruppetto principale de The Wonderful Wizard of Oz, primo e certamente più conosciuto libro, appare per la prima volta solo in La (Quasi) Grande Fuga, tra le fiabe prigioniere della Casa Protetta “Ramo d’Oro”.
Dorothy, lo Spaventapasseri, l’Uomo di Latta, il Leone Codardo, il popolo dei Munchkin ed il piccolo cagnolino Toto sono infatti da tempo assoggettati alla prigionia di Mr. Revise, nonostante riescano alla fine del TP ad usufruire del grande piano di fuga organizzato da Jack.
Solo Toto muore nel tentativo, peraltro con somma soddisfazione della padroncina: “Potrà suonare crudele, ma mi sento sollevata. E’ la prima volta in un secolo, che quel botolo pulcioso ha smesso di abbaiare!” (Cit.).

Little Black Sambo
Non so più se sono una fiaba o no. Sono stati talmente bravi a cancellare la mia storia che a malapena qualche terreno si ricorda di me. E’ il loro lavoro. Ci tengono qui, mentre fanno dimenticare a tutti le nostre storie.”
E’ così che il vecchio Sam si presenta ad un appena arrivato Jack nella Casa Protetta “Ramo d’Oro”. Da tempo immemore lì rinchiuso, incaricato di occuparsi della manutenzione e della pulizia della comunità, Sam rappresenta l’esempio più evidente di come lo scrittore abbia saputo far combaciare la trama ideata con un po’ di sana storia di editoria culturale e tradizione popolare.
Pubblicata nel 1899 dalla scrittrice Helen Bannerman, Little Black Sambo è un racconto a strofe che narra dell’infausto incontro del piccolo Sambo con tre fameliche tigri. Dopo avergli sottratto, in cambio della promessa di non mangiarlo, un capo d’abbigliamento ciascuna, le tigri, superbe e gelose una dell’altra, iniziano a lottare ferocemente tra di loro. Mentre si rincorrono intorno ad una palma, fino a fondere e trasformarsi in burro fuso, il piccolo Sambo può rientrare in possesso dei propri vestiti.
La storia editoriale del personaggio, e qui si inseriscono i vari  accenni da parte di Willingham, è stata in effetti alquanto tormentata. Già negli anni trenta del secolo successivo alla sua pubblicazione, fu da più parti giudicato profondamente offensiva nei confronti della gente di colore, sia per via del nome scelto dalla Bannerman (sambo è un termine spesso utilizzato in senso dispregiativo, razziale), sia delle stesse illustrazioni (nonostante Little Black Sambo sia, in realtà, un ragazzino indiano, India, i disegni facevano infatti propri tutti gli stereotipi grafici tradizionalmente affibbiati ai neri). Per questo, fino ai giorni nostri, Little Black Sambo ha subito continui arrangiamenti, a volte vedendosi modificato il nome del personaggio (Sam è, per l’appunto, uno dei vari nomi assunti nel tempo), altre ingentiliti i disegni.
In tutto ciò, per Willingham, dovrebbe essere rintracciato lo zampino dei Bibliotecari…

Mamma Oca
Il piano di fuga ideato da Jack era inizialmente piuttosto selettivo: soltanto chi aveva qualcosa da offrire (o che, in alternativa, rientrasse nelle simpatie del condottiero) poteva prendervi parte.
E così, mentre Humpty Dumpty riusciva ad ottenere un posto al fianco di Jack dietro promessa di un favoloso tesoro, Mamma Oca, proprietaria soltanto delle sue storie, ne veniva sgarbatamente esclusa. Almeno finchè l’evasione non acquista alla fine un carattere generale.
Mamma Oca è una vera e propria celebrità nel mondo delle fiabe, depositaria di una condizione a dir poco atipica.
Fino agli inizi dell’800, prima che diventasse a sua volta protagonista di una filastrocca, inserita peraltro in un piccolo spettacolo, Mamma Oca, paradossalmente, non aveva avuto alcuna poesia, fiaba o racconto all’interno del quale operare. Era una semplice immagine pubblicitaria, un nome sotto la cui custodia venivano raccolte altre fiabe.
Con tale compito il personaggio s’impone infatti sulla scena nel 1695, ad opera dei Racconti di Mamma Oca, collezione di fiabe raccolte dal francese Charles Perrault.
Una vecchina con cuffietta appariva sul frontespizio, ipotetica nonnina dal cui chiacchiericcio si sarebbero levate le storie contenute nel libro. Perché, nonostante il chiaro nome, Mamma Oca non era, almeno all’inizio, un’oca, come terrà dire lei stessa a Jack (cit. Io una volta ero umana, sai? Umanissima! Poi però i Terreni hanno confuso il mio nome e mi hanno fatto diventare un’oca).
Su chi possa aver fornito l’originale ispirazione per la creazione di questa ormai familiare figura (col trascorrere del tempo, per via del nome, gradualmente trasformatesi in una simpatica oca parlante), esistono svariate teorie, che vanno addirittura a tirare in ballo due regine di Francia ed una tale, ma poco quotata, Elizabeth Foster Goose.

Paul Bunyan
Tra tutte le fiabe riuscite a sfuggire dalle grinfie della Casa Protetta “Ramo d’Oro”, solo Paul Bunyan ed il suo gigantesco bue blu hanno avuto la sfortuna di essere stati immediatamente catturati. Una sfortuna che vede certamente nella grossa taglia del boscaiolo e del suo bue la causa principale.
Questo bizzarro boscaiolo gigante condivide curiosamente lo stesso destino di Babbo Natale, diviso tra coloro che lo considerano personaggio mitico (o, addirittura, realmente esistito) e chi invece lo bolla come semplice trovata pubblicitaria.
I sostenitori della prima tesi guardano infatti all’ormai lontano 1837, ad una ribellione allora avvenuta da parte di un gruppo di boscaioli del Quebec che osarono sfidare l’Inghilterra. Tra le loro fila sarebbe spiccata la figura di tal Paul Bonyean, il cui coraggio nel difendere i diritti dei propri compagni gli garantì di sopravvivere alla storia ed entrare nel mito.
Il primo accenno di Bunyan si ha però solo nel 1910, ad opera di James McGillivray, per poi diventare un’icona pubblicitaria qualche anno dopo.
Essendo totalmente assente qualsivoglia accenno antecedente al 1910, chi sostiene la seconda ipotesi parla piuttosto di falso mito, appositamente creato retroattivamente e poi entrato a far parte dell’immaginario collettivo.
Mentre entrambi i fronti continuano a presentare prove a sostegno delle loro tesi, le statue di Paul Bunyan e Babe, il bue blu, continuano intanto a svettare in moltissime cittadine (perlopiù provinciali) del vasto territorio statunitense.

Humpty Dumpty
Humpty Dumpty sedeva sul muro;
Humpty Dumpty cadette sul duro.
Né i cavalli né tutte le guardie del Re
Riuscirono a rimettere Humpty Dumpty sui piè.

Vero fautore della tanto amata teoria dei non compleanni (dal film Disney del 1951 esautorato a favore del Cappellaio Matto), Humpty Dumpty è generalmente conosciuto per essere uno dei fantastici personaggi incontrati da Alice durante il suo pellegrinare nelle lande Attraverso lo Specchio (nonostante sia stato di fatto escluso dalla quasi totalità di trasposizioni televisive e cinematografiche).
S’ignora però che egli abbia in realtà natali più antichi, non inventato dal genio di Carroll, bensì prelevato da una tradizione popolare già esistente.
Il primo accenno alla filastrocca di Humpty Dumpty è infatti del 1803, inserito all’interno di una raccolta di nursery rhimes, e poi, più volte, in seguito, ristampata in altre opere e, spesso, con diverse varianti.
In origine, quella che a noi oggi appare come una semplice filastrocca, era in verità un enigma, la cui soluzione pare vertesse sull’indovinare la natura di tale Humpty Dumpty e, quindi, il perché della sua difficoltà nello stare in equilibrio.
Sulle origini della figura di Humpty Dumpty, su cosa possa aver suggerito la nascita di questo uovo in costante precario equilibrio, i folcloristi hanno portato avanti una serie di supposizioni che vanno da un’antica formazione militare ad un piatto in voga nell’Inghilterra del XVI secolo.
Bill Willingham, in La (Quasi) Grande Fuga, prende però una posizione, mostrandosi piuttosto interessato a dar credito all’ipotesi che vorrebbe Humpty Dumpty essere stato un potente cannone, posizionato, in equilibrio, su una delle torri della cittadina di Colchester e precipitato durante la Guerra Civile Inglese.
Durante la fuga, l’Humpty Dumpy di Willingham decide infatti di far ricorso al proprio potere esplosivo aprendo ai fuggiaschi una via di fuga tra le tigri-secondini del nemico. Il guscio andrà però in frantumi…

Mondo Fatato
Un padiglione isolato della Casa Protetta “Ramo d’Oro” custodisce al suo interno un paio di gabbie a loro volta prigione di un discreto numero di esseri fatati; delle fate da Bill Willingham prelevate qua e là dalla vasta produzione favolistica, letteraria ed anche storica, che ha visto queste piccole appartenenti al mondo del Piccolo Popolo nelle vesti di protagoniste.
Nelle quattro gabbie riconosciamo così Grano di Senape, Fior di Pisello, Falena e Ragnatela, direttamente tratte dal Sogno di una Notte di Mezza Estate di William Shakespeare, la Fatina dei Denti, dipinta come un esserino con manie di conquista del mondo e avaramente attaccato al suo sacco di dentini, e, più interessanti, due fate di Cottingley.
La storia delle Fate di Cottingley inizia nel 1917 nell’omonima cittadina inglese, quando due cugine, Elsie Wright e Frances Griffiths sostennero di aver visto delle fate e portando come prova la prima di cinque fotografie. Il caso, che vide tra gli altri il famoso Sir Arthur Doyle, il papà di Sherlock Holmes, tra i più attivi sostenitori dell’autenticità di quelle foto, diventerà per molti anni, a più riprese, argomento preferito nei media inglesi ed anche internazionali.
Le foto (ancor oggi esistenti) furono più e più volte esaminate da esperti, ma soltanto col progredire delle tecniche fotografiche si è riusciti a far emergere con chiarezza quelle prove indispensabili per giudicarle senz’ombra di dubbio un falso.
Falso che sarà confermato anche dalle due cugine (con la sola eccezione della quinta foto, da Elsie, fino alla morte, difesa a spada tratta come vera) nel 1981.
Le due bambine aveva difatti utilizzato delle sagome, ricalcate sulle immagini di un libro per l’infanzia allora piuttosto conosciuto, e fermate con degli spilli per cappelli.
Bill Willingham si diverte a dar vita a due delle fate di Cottingley, rendendole del tutto diverse dalle colleghe con loro rinchiuse. Proprio per sottolineare il loro non essere vere fate, frutto dello scherzo di due bambine e prigioniere di un paio di fotografie, lo scrittore esalta proprio tutte quelle caratteristiche atte a farle emergere sul gruppo. Ecco quindi due fate in bianco e nero, come in fotografia, sboccate, lesbiche e comunque poco fedeli al classico stereotipo fatato.

Altre Fiabe
Sono tante altre le fiabe che in La (Quasi) Grande Fuga appaiono per la loro prima volta, prova di come Bill Willingham abbia utilizzato la libertà di questi numeri iniziali per far ricorso ad un ingente quantità di nuovi personaggi. Nel mucchio si distinguono anche la Lepre e la Tartaruga, protagonisti della famosa fiaba di Esopo che premia la costanza della seconda mentre punisce la spavalderia della prima; il Corvo, il giovane scuro con un chiaro medaglione identificativo sul petto, personaggio ricorrente della mitologia indiana; ed, infine, Mary, la Bastion Contraria, star di una filastrocca inglese pubblicata per la prima volta nel 1744.
Tutto intorno un infinito marasma di altri personaggi silenziosi, adibiti a comparse, che il lettore curioso potrebbe divertirsi ad identificare.


Informazioni sull'autore

Giuseppe Urso [Cappellaio Matto]Teinomane patologico, collezionista compulsivo di inutilità, ospite occasionale dell'Arkham Asylum. Non proprio una bella persona, insomma. Con la testa perennemente rivolta al passato, sogna un futuro da rigattiere. Nel frattempo, trascorre le sue giornate a guardare documentari su History Channel, organizzare tea-party e prendere qualsivoglia decisione dopo un bel tiro di dadi.Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Urso