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La Bonelli in libreria

Aperto da JhonSavor, 05 Giugno 2016, 15:27:59

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Solomon

Ricordo che di Hubert sono disponibili molti altri fumetti per i tipi di Bao, in particolare la saga degli Orchi-Dei, le "fiabe progressiste" La mia vita postuma e Pelle d'uomo, e La vergine del bordello, forse il migliore e più originale.
«La sola differenza tra la fotocamera e noi è che la fotocamera, questa stupida, non sbaglia mai, mentre noi sbagliamo in continuazione, in ogni disegno: ed è questo che crea la magia!» (Moebius)

lenuvoleparlanti

Citazione di: Solomon il 30 Ottobre 2024, 12:13:57Ricordo che di Hubert sono disponibili molti altri fumetti per i tipi di Bao, in particolare la saga degli Orchi-Dei, le "fiabe progressiste" La mia vita postuma e Pelle d'uomo, e La vergine del bordello, forse il migliore e più originale.

A me è piaciuto molto anche Pelle d'Uomo, non ho letto ne Vita Postuma, ne L'Uomo che amava l'Arte, ne Joe la Pirata, volevo segnalare anche Bellezza (Kerascoët e Hubert), sempre Bao, ma La vergine del bordello, che aveva pubblicato la Planeta tanti anni fa :( , ma solo il primo episodio  :ahsisi: che mi era piaciuto moltissimo :w00t: , rimane il migliore come prima lettura sull'autore... imho  :rolleyes:

Giankymeo87

Ho molta roba di Hubert a casa,gli Orchi dei mi è piaciuto molto,per ora ho letto solo il primo e il secondo.Meravigliosi anche bellezza e Pelle d'uomo..mentre Vita Postuma mi manca!  :sisi:

Chocozell

Pare che Bonelli se la passi male. Più del solito, dico. Da altrove sono usciti fuori questi post:
CitazioneDal profilo di Alessandro Resta

Gigi Simeoni:

"Rispondo in modo che possano leggere tutti: non direi che la "casta" ha paura dell'arrivo di nuovi che portino via chissà cosa. Partendo dal principio che di progetti ex-novo ormai in SBE ne lasciano passare al setaccio davvero pochi, e TUTTI potenzialmente declinabili in video (cinema o TV), l'unico valore aggiunto di una nuova generazione di autori, casomai, sarebbero i compensi molto inferiori rispetto a quelli maturati dalla vecchia guardia, ormai oltre il punto di non ritorno. Io stesso posso considerarmi un privilegiato, perché grazie alla congrua e spesso generosa gestione di Sergio Bonelli ho potuto comprarmi casa, mandare i miei quattro figli al liceo e laurearne un paio, nonché fare belle vacanze tutti gli anni e togliermi diversi sfizi. Non una vita da nababbi, certo, ma un trattamento congruo e decoroso in cambio di fedeltà assoluta, cura delle consegne, qualità crescente. Con Sergio, si poteva essere certi che all'energia infusa dagli autori la Casa Editrice rispondeva con magnanimità, lasciando libertà di proposta e compensando economicamente in modo adeguato. All'epoca, ed era una sensazione condivisa da molti di noi, mi alzavo al mattino ben prima che suonasse la sveglia, già carico e desideroso di dare ulteriore prova delle mie capacità al mio editore di riferimento. Con Sergio eravamo in un rapporto davvero amichevole, e non potrò mai dimenticare l'affetto e la soddisfazione personale che mi dimostrò una sera, di Domenica e all'ora di cena, chiamandomi (e scusandosi!) per dirmi che aveva passato il pomeriggio a leggere "Gli occhi e il buio" e che lo aveva trovato davvero appassionante. Un momento di vita personale e professionale che mi porterò nel cuore per sempre. E che supererà l'amarezza e il dolore che sto vivendo ora, nel momento in cui mi rendo conto che quegli anni sono finiti, che la signorilità di Sergio era solo sua (e non della casa editrice) e che vengo lasciato a non dormire la notte, fissando il soffitto e rigirandomi, per cercare di capire come potrei investire ancora su me stesso, a cinquantotto anni e postumi da incidente stradale tradotti in quaranta punti di invalidità, con l'assillo di un avanzare tecnologico (le AI) che minaccia di bruciare anche le minime possibilità di ricostruirsi un'attività creativa, seppure in scala ridotta. Sto ripensandomi, certo. Sto rivedendo una serie di crismi che ormai riposavano pacifici nello scantinato della coscienza, convinto che mai li avrei dovuti riaffrontare. Chiedermi chi sono, dove voglio andare a parare, cosa posso ancora offrire. So che ho ancora molte carte da giocarmi, ma le energie che avevo a vent'anni nessuno me le ridarà più indietro. Ho smesso di fumare, spendo di meno, potrò guadagnare di meno. I figli non sono più a carico, potrò guadagnare ancora di meno. Mia moglie ha un lavoro, per il momento non sarò costretto a provvedere anche per lei. Ma, cristosanto, dopo trent'anni mi tengono sveglio la notte e al mattino mi costringono a scendere all'edicola (trovandone una) a comprarmi l'albo con la storia fatta da me, perché nella loro visione piatta e spietata di spending review hanno deciso di non inviare nemmeno più l'albo di competenza all'autore. Se ci fosse ancora Sergio, penso proprio che a qualcuno farebbe fare il giro del civico 38 di via Buonarroti a calci in culo.

Una stortura tipica della Bonelli, da sempre (eredità di un editore che faceva anche lo sceneggiatore) è che i direttori, i redattori e i responsabili di testata stessi scrivono soggetti e sceneggiature, oltre a percepire uno stipendio (con tredicesima, previdenza, TFR, ferie e malattia pagate... tutte cose che per gli autori sono pure chimere) ricevendo anche delle royalties nel caso siano proprietari intellettuali dei personaggi (aspetto, questo sacrosanto).
Certo, non succede solo in Bonelli, ma questo è il nostro recinto e possiamo giudicare solo quello che accade intorno a noi. Ebbene, quando questi storici sceneggiatori-dipendenti se ne vanno in pensione, in alcuni casi continuano a scrivere gran parte delle storie che vengono messe in cantiere per la testata di cui si occupavano precedentemente. Come potrebbe esserci spazio per far accedere qualche altro sceneggiatore, se chi ne ha già a sufficienza per sopravvivere molto degnamente non si sogna nemmeno di farsi da parte? La ciccia è poca, insomma, e chi se ne serve non fa spazio sulla panca. Ho toccato con mano, molto di recente, l'esistenza di una casta di "intoccabili" che si tiene stretto l'osso, talvolta arrivando a trattare gli altri con sufficienza e disinteresse, quando non apertamente con un sarcasmo, un disprezzo e una ferocia che lasciano allibiti. Molti colleghi sanno bene che aria tira intorno a certe redazioni, da anni, e ci si chiede come sia stato permesso che si arrivasse a questo punto."



CitazioneSu Comicus anche RR interviene sul tema "presunta crisi SBE".

***

Perdonatemi ma ve lo devo dire: la questione "Se ci fosse stato Sergio" è sciocca.
Sergio agiva sulla base dei mezzi che aveva e della situazione in cui si trovava.

Aveva una sua etica e una sua politica?
Assolutamente.
Che si era formato e che si poteva permettere a fronte di determinati risultati economici.

Nella situazione attuale nessuno può dire come si sarebbe comportato.
Anche perché, non è che fosse una persona morbida o non capace di decisioni anche molto spigolose.
Pure lui ha affrontato le sue crisi e le ha affrontate anche con metodi spesso draconici, prima che Dylan e gli anni ottanta eliminassero il problema di far di conto.
15 minuti fa
Ciao a tutti, Roberto Recchioni.
Visto che mi avete citato spesso, mi sento in dovere di portare qualche elemento alla discussione, anche per inquadrare meglio la situazione.

Quando io iniziai a "fare sul serio" in Bonelli (cioè, con la messa in produzione di Orfani), Sergio c'era ancora.
E già allora molte delle criticità che oggi sembrano esplose erano ben presenti.

Quali erano?

- Sovrapproduzione (se stampi 100 e produci 200, lo sai che presto o tardi i nodi verranno al pettine, indipendentemente da quello che tu ti possa inventare).

- Compensi agli autori troppo alti e pagati troppo rapidamente (rispetto alla realtà del mercato italiano, non in relazione alla situazione mondiale).

- Enorme restringimento del principale terminale di vendita, le edicole, già allora in fortissimo calo.

- Mancanza di una certa sintonia con il tempo e il pubblico presente delle opere-prodotto proposte dalla casa editrice con conseguente erosione dei lettori e enorme difficoltà a trovarne di nuovi.

- Prezzo degli albi troppo bassi rispetto al costo di produzione e al venduto.

Di tutte queste cose Sergio era ben consapevole e se alcune aveva deciso di non affrontarle perché poteva permettersi di non farlo, su altre aveva iniziato a intervenire.

Le prime risposte erano Dragonero e Orfani, serie pensate in maniera diversa, con tutte quelle problematiche ben in mente. Le altre risposte, per compensare "la novità" di queste due serie, erano altri titoli molto più tradizionali per impianto narrativo e produttivo.

Poi Sergio è scomparso e il mandato è passato a Mauro Marcheseli che lo ha comunque portato avanti secondo lo stile di Sergio, ovvero, con molta cautela e a piccoli passi.

Dragonero e Orfani, intanto, sono uscite (prodotte in maniera diversa e lanciate in maniera del tutto diversa rispetto a quanto fatto prima)e sono andate molto bene e in netta controtendenza con la Bonelli degli ultimi anni. Cosa che ha dato credibilità e forza a un certo tipo di visione "riformista e innovativa" (per gli standard Bonelli) nella casa editrice. E qui veniamo a Dylan Dog e alla proposta che mi è stata fatta di curarlo, che nasce proprio in seno a quella "spinta positiva", dicamo così.

Quando io prendo in carica Dylan a capo della Bonelli c'è Marcheselli e l'incarico è chiaro: rilanciare e ottimizzare.
Idee narrative, idee di marketing ma pure rigore produttivo per iniziare a risolvere il problema della sovrapproduzione.

E così facciamo.
Si mette un freno forte alle tavole prodotte, si cercano di recuperare le storie in magazzino, si razionalizzano e ottimizzano le uscite e si rilancia sui temi narrativi. E si spinge, forte, sulla comunicazione.

Va bene?
Va molto bene.
Per i primi quattro anni dimezziamo l'erosione annua di Dylan, spendendo di meno in termini produttivi.
Alla fine dei primi quattro anni (che erano la durata ideale del mio incarico) mi si rinnova la proposta e io accetto (sbagliando) di continuare.

Intanto la Bonelli è cambiata.
Mauro se n'è andato e in Bonelli si sono create quattro "macroaree di potere" (se vogliamo chiamarle così), molto diverse, con finalità e metodi per raggiungere quelle finalità diverse. C'è la direzione generale, la direzione artistica, il nuovo dipartimento pensato per le librerie, le manifestazioni e lo svilluppo media, e poi c'è la cara, vecchia, arcigna, amministrazione.
Questi quattro poli sono in guerra? No. Ma si parlano meno di quello che dovrebbero e questo crea vari problemi nuovi, che si accumulano a quelli precedenti, mai risolti e solo in parte contenuti.

Le lezioni positive apprese da Dragonero, Orfani e primi anni della gestione Dylan non si fanno metodo, in alcuni casi vengono ignorate, in altri fraintese, in altri ancora osteggiate, e il motivo per cui questo succede è certe volte una questione di visione professionale, certe volte di competenza, certe volte di umanità.
Fatto sta che la Bonelli, per dirla alla Sorrentino, si disunisce, seguendo strade diverse, con modalità diverse, spesso poco coerenti e armonizzate.

Quello che stava iniziando a funzionare non funziona più. Alcune cose nuove sembrano funzionare ma poi, no. I vecchi problemi sono sempre presenti.

Alla fine, complice una situazione delle edicole ormai tragica, un settore delle librerie in cui non si è saputo sfruttare quando era in espansione, un reparto media che non è mai decollato come si voleva, eccoci qui.

I problemi dove sono? A ogni reparto, ovviamente.

Prima di tutto, le edicole. Secondo alcuni (tra cui il sottoscritto) la Bonelli ne avrebbe dovuto acquistare quando venivano svendute, per farne punti vendita sul territorio, alla maniera in cui Mondadori e Feltrinelli acquistarono nel librerie quando il loro terminale di vendita andò in crisi.
Forse era una buona idea, forse no. Tant'è che comunque è tardi e oggi la Bonelli ha un problema evidente di far arrivare il suo prodotto sul mercato in maniera massificata.

E "massificata" è la parola chiave perché il meccanismo economico creato da Sergio si basava su alti volumi di produzione, che abbattevano i costi e rendevano gli albi Bonelli sostenibili. Senza quello, non funziona più niente.

E a cascata emergono tutti gli altri problemi.
Se l'economia di base non regge, è ovvio che la sovrapproduzione, i compensi troppo alti, i prezzi troppo bassi, tornano a essere un problema primario su cui intervenire.
Come è ovvio che settori marginali della SBE (come le produzioni da libreria) non possano fare la differenza.

Quindi, quello che sta succedendo non solo è praticamente inevitabile ma, mi duole dirlo, largamente prevedibile e, ancora peggio, previsto.

Esiste una soluzione?
Non lo so.

Posso parlare della mia esperienza e, nella mia esperienza, fino a quando abbiamo armonizzato la cosa nuova con la tradizione, i risultati sono stati positivi.
Quando il rapporto è diventato squilibrato in un senso (la seconda parte della mia gestione Dylan) o nell'altro (proposte troppo tradizionali come Adam Wylde, per esempio), le cose hanno smesso di funzionare.

Se lo chiedete a me, bisognerebbe ripartire dal mattone base: le storie e i personaggi, razionalizzando le pubblicazioni e la produzione e tornano a dare forte perso al valore delle storie e dei disegni. Bisognerebbe lavorare sulla comunicazione. Bisognerebbe sanare gli umori interni. Bisognerebbe assicurarsi dei terminali di vendita propri. Bisognerebbe ripartire da Dragonero e Tex Willer (la nuova testata) per trovare una sintesi tra novità e tradizione, costi e produzione.

Si farà? Non lo so. Ne dubito. Perché le persone quelle sono e quello fanno e sanno fare e, a modo loro, hanno tutti ragione... pure quando i risultati gli danno torto.

Detto questo, il problema non è di lettori o di personaggi.
Diabolik o Topolino dovrebbero avere gli stessi problemi della Bonelli se fosse come dite, invece, in qualche maniera, hanno saputo trovare di nuovo una loro stabilità negli ultimi anni.

Non esistono mercati troppo piccoli per generare un profitto, esistono solo approcci sbagliati per quei mercati.
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superxeno

Pazzesco, quindi ormai è ufficiale. Sergio Bonelli chiude?
Sometimes I feel so deserted