Jack of Fables: Americana

Scritto da Giuseppe Urso il 21 febbraio 2011 in Fumetti DC Comics e Vertigo & Wildstorm con nessun commento

Copertina

Testi: Bill Willingham, Matthew Sturges
Disegni: Tony Akins, Andrew Pepoy & Steve Leialoha
Edizione Originale: Jack of Fables – Americana TPB
Edizione Italiana: Planeta DeAgostini, € 10,95

Americana. La Terra Natia delle fiabe americane. Contenitore di quell’intero corpus folcloristico creato, a partire dalla Scoperta dell’America, dalle fertili e tanto ambiziose menti dei pionieri.
Americana. Una Terra Natia ancora libera, non bagnata, cioè, dalle mire espansionistiche di quell’Impero che sta per subire nel frattempo una pesante sconfitta per mano delle truppe di Favolandia tra le pagine di Fables.
Americana. La Terra Natia protagonista di questa nuova avventura di Jack delle Fiabe, uno dei frutti più riusciti dell’intero universo da Bill Willingham (e Matt Sturges) creato; qui scrigno di un favoloso tesoro che è ormai tempo venga allo scoperto, per arricchire, magari, proprio le tasche del nostro Jack, ancora irremovibile nell’intento di realizzare quel sogno per il quale ha lasciato Favolandia: diventare famoso, potente e soprattutto ricco (cit. “Da sempre voglio soltanto essere la più potente, la più ricca e la più bella di tutte le fiabe dell’universo. E devo dire che, se due su tre non sono male, la ricchezza continua a sfuggirmi”).
Un sogno che stavolta sembrerebbe essere davvero sul punto di essere esaudito. Il tesoro è individuato, recuperato ed a casa portato.Americana è così giunta al termine. In quattro e quattr’otto. Senza guizzi né lazzi. Niente di lontanamente paragonabile al ciclo appena lasciatoci alle spalle, quel Il cattivo principe che finora ha costituito il vertice più alto dell’intera serie… Vuoi per stile di narrazione, vuoi per capacità d’inventiva, vuoi per spiccato umorismo.
Vera e propria “quiete dopo la tempesta”, Americana si muove su binari alquanto mosci e banali, dando evidente prova di subire il peso di un predecessore piuttosto ingombrante. Moscia e banale però, solo se (occorre dirlo) vittima di un confronto.
A subire una battuta d’arresto è la stessa trama generale che ha iniziato a dipanarsi sulle pagine di Jack of Fables fin dal primo numero. Bibliotecari, Letterali e genocidio di fiabe.
L’unico apporto che il duo di scrittori qui inserisce è, infatti, l’introduzione di una nuova pedina sulla scacchiera: il Brucialibri, il bibliotecario capo della cittadina americana di Idyll che, mentre nuovi sistemi di sterminio vengono introdotti, appare subito volersi ergere a rivale di Mr. Revise nella secolare lotta contro le fiabe.
Il tutto velato da un umorismo più tenue e, soprattutto, meno sboccato ed istintivo: Humpty Dumpty e Babe, il bue blu, a farsi carico dell’intera faccenda. Che Matt Sturges abbia avuto, stavolta, un più stretto margine di manovra?
Anche il tipico metafumetto jackiano scompare. Di lui nessuna traccia.
Ma tutto ciò perché, in fondo, Americana è soltanto un breve arc di passaggio, una di quelle continue e periodiche pause che Bill Willingham da sempre è solito ritagliarsi tra una “fatica” e l’altra. Dei momenti di stasi che, a lungo andare, paiono quasi esser stati messi lì per creare attesa e plasmare domande, permettendo così ai pezzi precedenti e successivi di palesarsi con forza nel momento in cui sono serviti al lettore in tutta la loro completezza.
E’ questo lo stile di Fables & derivati: una lunga e divertente fisarmonica.
Un tale sentore di attesa, quest’aria da break, viene poi consolidata, diventa ben più che palpabile, con Jack of Fables #21, medesimo team di autori ma cambio alle matite, con Tony Akins a prendere la staffetta dalle mani di Andrew PepoySteve Leialoha.
Con Gary does Danmark si fa un salto indietro, uno sguardo alla quotidianità della Casa Protetta “Rami d’Oro” prima del ciclone Jack, quando ancora la parola “evasione” altro non era che un ammasso di sillabe senza alcun senso logico.
Protagonista assoluto di questo siparietto semicomico conclusivo, la nostra tanto amata Fallacia Patetica, qui impegnata nel portare in scena, con l’aiuto delle altre fiabe prigioniere, l’opera più famosa di Shakespeare.

Who’s Who

(ovvero un breve identikit delle fiabe qui, per la prima volta, apparse)

Le Avventure di Huckleberry Finn

Nel 1876, lo scrittore americano Mark Twain dà alle stampe il suo The Adventures of Tom Sawyer, seguito, qualche anno dopo, nel 1884, daThe Adventures of Huckleberry Finn, anomalo continuum, essendo le luci della ribalta spostate verso un nuovo protagonista, quel Huckleberry Finn che, figlio di un ubriacone e ragazzaccio di strada, aveva rappresentato un’appendice a Tom Sawyer nel precedente romanzo.
Huckleberry Finn è una sorta di anarchico elogio alla libertà. Un bambino per nulla intenzionato a sottostare al mondo degli adulti, ad abbracciare le loro leggi fatte di soli doveri e costrizioni. La vita che egli agogna è puro divertimento ed improvvisazione, e tutte le sue avventure altro non sono che una duratura lotta per riuscire a vivere secondo i propri desideri.
Huckleberry FinnThe Adventures of Huckleberry Finn si presenta quindi come un’infinita corsa, una fuga da quei pericoli che (tranne qualche piccola eccezione) trovano una sicura rappresentazione nelle figure degli adulti: un nugolo di truffatori, schiavisti e violenti.
Scappato dalle grinfie del genitore, Huckleberry Finn, in compagnia di Jim, il giovane amico nero a sua volta in cerca della libertà, affronterà una serie di incredibili avventure, in un viaggio che probabilmente si trova ancora in pieno svolgimento quando incontriamo la coppia sullo stesso vagone ferroviario preso al volo dal gruppetto di Jack diretto ad Americana. La loro meta è Steamboat.
Una piccola apparizione, durante la quale la coppietta nemmeno si presenta. Particolare di poca importanza, essendo ormai la figura di Huckleberry Finn, con i suoi calzoni a vita alta ed il cappellaccio di paglia, così come E. W. Kemble lo disegnò la prima volta, entrata di diritto nel nostro immaginario collettivo.

Natty Bumpoo

Quanti non hanno visto L’Ultimo dei Mohicani, il film del 1992 diretto da Michael Mann, e con Daniel Day-Lewis nei panni del protagonista? Forse pochi.

Quanti non hanno invece letto I Racconti di Calza-di-Cuoio (The Leatherstocking Tales) di James Fenimore Cooper? Sicuramente molti di più.

The Leatherstocking TalesIl personaggio da Day-Lewis interpretato è Nathaniel “Natty” Bumpoo, altrimenti detto Occhio di Falco, cacciatore bianco dalla mira pressoché infallibile, cresciuto tra le popolazioni native dei territori del selvaggio Nord America di fine Settecento.
Un animo nobile ed eroico, protagonista letterario dei cinque racconti che compongono i tales di Fenimore Cooper, e da Bill Willingham e Matt Sturges ripreso per infoltire le schiere di Mr. Burner, il perfido Capo Bibliotecario di Americana.
Minacciato di vedersi trasformato in un mero “spettro” con la distruzione dei Leatherstocking Tales, Natty Bumpoo, aiutato da Slue Foot Sue (la leggendaria fidanzata di Pecos Bill, personaggio già incontrato sulle pagine di Jack of Fables: Jack di Cuori) vede la propria sagoma muoversi per i quattro numeri che compongono Americana a capo di un piccolo battaglione di zombie, dal proprio aguzzino incaricato di catturare il gruppetto di fiabe al seguito di Jack.


Informazioni sull'autore

Giuseppe Urso [Cappellaio Matto]Teinomane patologico, collezionista compulsivo di inutilità, ospite occasionale dell'Arkham Asylum. Non proprio una bella persona, insomma. Con la testa perennemente rivolta al passato, sogna un futuro da rigattiere. Nel frattempo, trascorre le sue giornate a guardare documentari su History Channel, organizzare tea-party e prendere qualsivoglia decisione dopo un bel tiro di dadi.Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Urso