CUORI IN ATLANTIDE

Scritto da Vittorio Petrone il 15 novembre 2011 in Recensioni Libri con nessun commento

Scritto da Stephen King nel 1999, Cuori in Atlantide è un romanzo particolare, ben diverso dai soliti romanzi ai quali associamo il prolifico scrittore: infatti, esso non presenta alcuna caratteristica horror, bensì è un dipinto veritiero sull’America tra il 1960 e il 1999. E’ forse l’arco temporale che suscita più nostalgia ai giorni nostri, specialmente gli anni ’60 e ’70 con i loro calzoni a zampa d’elefante, i figli dei fiori, le discoteche, le acconciature buffe e tutto il resto. Ma anche questo arco temporale ha il rovescio della medaglia. Mentre si ballava nelle discoteche o nascevano gli hippie in America, in Vietnam c’era la guerra. Il vero protagonista del romanzo è il Vietnam ed il libro mostra quanto la tragedia, che si prese la vita di oltre 2.000.000 civili tra il 1960 e il 1975, abbia influito sull’America e in special modo sui giovani di quel tempo. La Guerra del Vietnam si concluse con la vittoria del Vietnam del Nord e dell’America guidata dal Presidente Richard Nixon e con la conseguente unificazione del Vietnam. Il libro non è un saggio, consta di cinque racconti lunghi collegati tra loro da fili sottili: non solo l’arco temporale, ma anche personaggi ritrovati. Il viaggio nel tempo dura 600 pagine e può essere visto dall’affascinante punto di vista musicale. Cuori in Atlantide è infatti un compendio di canzoni di quei tempi, un lungo viaggio pregno di cultura musicale e culturale. Stephen King non è nuovo a far accendere le radio nei suoi romanzi e riempire  l’aria di melodie perdute ed è quel tocco in più particolarmente gradito.

Il primo racconto si intitola Uomini bassi in soprabito giallo ed è ambientato nel 1960. E’ il racconto meno influenzato dal Vietnam ma paradossalmente è il più importante dell’intera raccolta, quello più “alla Stephen King”. Questo perché non solo è collegato direttamente alla saga della Torre Nera, la più importante opera di Stephen King, ma anche perché rappresenta il nostro punto di partenza del sopraccitato viaggio. Tutti i personaggi ci vengono presentati qui ed assistiamo all’infanzia di tre amici e su tutti su quella di Bobby Garfield. Leggendo questo racconto (che è più lungo di Carrie, il primo romanzo di King) si notano quelli che saranno i temi presenti in tutto il libro: amicizia, amore, informazione, pace e guerra.
Per quanto Bobby Garfield sia legato a John Sullivan e Carol Gerber, nessuno è più speciale di Ted Brautigan, un anziano signore che entrerà nella vita di Bobby silenziosamente e di quale rimarrà solo un dolce ricordo. E’ l’undicesimo compleanno di Bobby e Ted arriva ad Harwich, Connecticut. Lo stesso giorno sua madre gli regala una tessera della biblioteca per la sezione degli adulti, un regalo che risulterà molto apprezzato. Grazie a Ted, Bobby si affaccia al mondo della lettura e ne rimane stregato. Il romanzo che più lo colpisce è “Il Signore delle Mosche” di William Golding che verrà menzionato spesso e volentieri durante questo racconto. Dopo aver vissuto sull’isola con Ralph, Jack, Piggy e gli altri, il punto di connessione tra Ted e Bobby è più marcato che mai. Ted è un uomo riservato, quasi nulla affiora del suo passato, ed ha “momenti di astrazione”. Come se non bastasse affida al suo piccolo amico uno strano compito: vigilare e notare la presenza in città dei cosiddetti “uomini bassi”. L’aggettivo basso è qui inteso come stupido, eccentrico, pericoloso. Uomini bassi in soprabito giallo, vistosi come il colore delle loro vetture, rosse o viola melanzane. Si possono percepire quando ci sono annunci strani su animali scomparsi o notando stelle e lune disegnate a terra vicino al gioco della campana tanto amato dai bambini…
Per il resto Bobby trascorre la classica vita da undicenne, a scuola, con gli amici, braccato dai bulli e vivendo precocemente il suo primo amore con Carol Gerber come anche il suo primo bacio. Eppure Bobby pian piano nota cambiamenti nella cittadina di Harwich: i disegni vicino la campana, fili d’aquiloni impigliati sui pali, strani sogni, strani incontri… sembra che gli uomini bassi non siano dopotutto un’invenzione, ma Bobby decide di tacere per non perdere il suo amico Ted Brautigan. Quindi, se Maometto non va alla montagna…
Vi lascio immaginare il seguito. Si parla di frangitori, di Vettori, del Re Rosso. Mai sentiti?
Uomini bassi in soprabito giallo è un bel racconto, con un climax ascendente, bei momenti. Bella inoltre la figura della madre di Bobby tratteggiata da King come una donna che ha sofferto e che, anche se non sembra, pensa al futuro del figlio ed al suo bene anche quando a lavoro è maltrattata. Una donna riservata, che potrà risultare antipatica e insofferente. Solo una maschera. Il racconto ha ispirato un film, “Cuori in Atlantide” di Scott Hicks (2001) con protagonista Anthony Hopkins.

Qualunque cosa abbia il potere di farti ridere ancora trent’anni più tardi non è uno spreco di tempo. Credo che le cose di quella categoria si avvicinino molto all’immortalità.

Il secondo racconto dà il nome all’intera raccolta. Ambientato nel 1966, Cuori in Atlantide è senza dubbio il più bel racconto del libro. Narrato in prima persona da uno studente universitario è anche il racconto dove il Vietnam è più sentito. L’università, specialmente quella americana, è un momento indimenticabile e irripetibile nella vita di una persona; tempo di scelte, cambiamenti e novità. Molte cose si imparano, soprattutto lontano dai corsi di studio, ma Peter Riley ha avuto anche la sfortuna di diventare schiavo, come molti altri, di Cuori, un gioco di carte. Le notizie dal Vietnam arrivano spedite e gli studenti vengono coinvolti. Attivamente coinvolti. Intanto la Cuorimania infetta quasi tutta l’Università del Maine. Interessante è la figura di Stoke Jones, uno dei pochi che ne è immune da questo contagio. Jones è un uomo di poche parole, un precursore del suo tempo. Gira con un cerchio disegnato sul suo Montgomery con una zampa di passero vagamente familiare a noi lettori del ventunesimo secolo. Altro personaggio su cui i riflettori sono puntati è Carol Gerber, la stessa Carol che abbiamo imparato a conoscere nel precedente racconto, ora diventata donna. Quarto membro dei Fantastici 4 è Ronnie Malenfant, il classico scansafatiche volgare che alla fine risulta simpatico. La Cuorimania miete vittime e l’università inizia a perdere membri. Seguendo le orme di Peter Riley assistiamo alla sua relazione con Carol ma anche alla sua lenta caduta nell’abisso. La caccia alla Stronza (così viene chiamata la Regina di Picche, che nel gioco vale 13 punti e che bisogna assolutamente evitare) viene prima dello studio che ovviamente ne risente. L’unica cosa di cui si parla mentre si gioca è, oltre Cuori stesso, il Vietnam. Per Peter Riley è anche il periodo della “prima volta”. La prima esperienza sessuale che King non lesina a descrivere, è maliziosamente una delle parti più belle del libro. Altro punto molto bello e toccante del libro è il rapporto speciale che Peter Riley ha con suo padre, che appare in poche pagine ma quanto basta per strapparci un sorriso benevolo. Intanto all’università la “zampa di passero” –  il segno della pace per chi ancora non l’aveva capito – inizia a fioccare sulle felpe, sui pantaloni e sui cappotti degli studenti. Studenti che devono ancora chiarirsi le idee su molte cose, guerra compresa, ma che portano fieramente quel simbolo non solo perché piace, ma anche perché sentono che significa qualcosa di importante e si sentono chiamati in causa quando si parla di Vietnam, o come la chiamano certe volte Atlantide (che sprofonda ndr.). Sui giornali si legge di proteste attive contro l’occupazione del Vietnam, Richard Nixon (che ricordiamo fu l’unico Presidente degli Stati Uniti a dimettersi dal mandato) ed in generale alla violenza e le ingiustizie. Anche gli studenti prendono parte a questi movimenti reazionari, tra cui Carol Gerber. L’Università del Maine ha il suo leader ribelle in Stoke Jones che combatte la sua battaglia personale su due grucce a causa di un incidente d’auto. E tra Cuori, Vietnam e adolescenza si crea la generazione del futuro, che devono prima superare la loro Atlantide personale liberandosi della Cuorimania per non sprofondare. Cuori in Atlantide è un racconto prezioso, che cattura e fa immedesimare nella storia a tal punto da far venir voglia di imparare le regole di Cuori (i più lo conoscono come Hearts) e giocarci oltre che accumulare informazioni. Unica pecca? 178 pagine sono troppo poche per un gioiellino del genere.

Il terzo racconto prende il nome di Willie il Cieco e si svolge nel 1983. Anche il protagonista di questo racconto lo abbiamo incontrato in precedenza; è infatti uno dei bulli col quale Bobby Garfield e Carol Gerber hanno delle grane. La guerra in Vietnam si è conclusa da anni e Willie Shearman ne è un reduce. Il Vietnam quindi è un ricordo che riaffiora di tanto in tanto nella mente di un uomo che è ritornato alla normalità condividendo il resto della sua vita con una donna. Il fardello più pesante però da portare giorno dopo giorno non è l’esperienza di guerra e la visione di centinaia di cadaveri bensì è un atto commesso da bambino, che cerca ora la sua penitenza. Piccolo indizio: centra Carol Gerber, che in questo racconto viene soltanto menzionata, lei e il suo destino post università, ma non appare fisicamente. Quale sia il peccato commesso non posso dirvelo, ovviamente. “Willie il Cieco” è un racconto strano ma interessante. Per cominciare la vicenda non si svolge in capitoli ma in ore. Questo perché ci viene raccontata la giornata-tipo di Willie Shearman, che non è la stessa del vicino della porta accanto. Shearman infatti ha un lavoro stabile, ma ne anche un secondo: egli si professa cieco e reduce dal Vietnam per elemosinare soldi (non pochi). Una parziale verità visto che effettivamente ha partecipato alla guerra insieme a John Sullivan, ma sembra anche che perda e riacquisti la vista in orari stabiliti, il che è assurdo! Come se non bastasse il nostro Willie è molto lunatico: è gentile con la moglie e i colleghi di lavoro, accondiscente verso i passanti-salvadanaio ma maleducato con i “meno fortunati”. Ho contato almeno tre personalità diverse in Willie Shearman ma non è escluso che ce ne sia una quarta. Tutti questi elementi rendono sì la lettura molto curiosa, con un personaggio che rimane nel mistero fino alla fine tranne che per i suoi ricordi verso Bobby Garfield (di cui ha il guantone da baseball preso non gentilmente), Carol Gerber e il Vietnam, ma non chiarissima proprio per questi motivi.

Il quarto racconto datato 1999 è Perché siamo finiti in Vietnam. Con protagonista John Sullivan, amico d’infanzia di Bobby Garfield ed ex-fidanzato di Carol Gerber, presente nel primo racconto e menzionato nel secondo e nel terzo, purtroppo, a mio parere, è anche il racconto più faticoso e noioso della raccolta. Non ci sono capitoli, è una lettura lunga e senza pausa prestabilite, e ci sono pochi dialoghi. Di Cuori in Atlantide è il racconto dove il Vietnam assume una figura centrale, se non totale. Sully-John, infatti, come Willie Shearman e Ronnie Malenfant, è un reduce di guerra e ha una piccola compagna: un fantasma di guerra che gli appare di tanto in tanto e con il quale parla. Gran parte del racconto rivanga l’esperienza del protagonista in Vietnam in prima persona, ma qualitativamente il racconto è ben lontano dai primi due ed è il punto debole del libro. Quel che ci dimostra, è che la guerra non lascia mai del tutto chi l’ha combattuta.

Il quinto ed ultimo racconto si svolge nel 1999 e, intitolato Scendono le Celesti Ombre della Notte, è stato aggiunto da Stephen King per far chiudere il cerchio. Su questo ci riesce perfettamente, è infatti breve e conciso, epilogo del libro. Protagonista del racconto è un redivivo Bobby Garfield, invecchiato di quarant’anni, che ritorna nella città natale. Si lascia andare a ricordi, con petali di rose rosse come ultimo regalo di un vecchio amico. Per chi non lo sapesse, quando si parla di “Torre Nera” l’immagine più evocativa e famosa della saga è proprio questa alta torre circondata da un campo di rose rosse…
L’ultimo saluto ci è dato anche da Carol Gerber, che ritorna dopo racconti di assenza. Ne avevamo perso le tracce dopo “Cuori” e la sua sorte narratici in Willie il Cieco. Anche lei è invecchiata con i suoi ricordi, i quali più dolci vedono lei e Bobby su una ruota panoramica, lei durante l’infanzia ed il periodo universitario, forse i più bei periodi della vita. I due si ritrovano dopo tanti anni per un giusto racconto di commiato per mettere le ultime tessere del puzzle al loro posto.

I cuori sono duri. Il più delle volte non si spezzano. Il più delle volte si piegano soltanto.

Ora le considerazioni finali. Penso che anche se i tempi siano cambiati e magari certe tragedie non ci prendono più di tanto perché ci appaiono lontane, quasi non vere, così tanto che non nascerebbero mai movimenti reazionari come in “Cuori”, come nell’America del periodo Vietnam, Cuori in Atlantide ha il pregio di essere un diario di una generazione perduta, e di essere per questo una testimonianza viva per le generazioni di oggi e per tutti in generale. Sono antichi valori ai quali ci rivolgiamo con nostalgia e che ci danno da pensare. E’ un buon libro, che tocca le corde giuste e che ha come punta di diamante il racconto omonimo da leggere e rileggere, o magari per appuntarsi avidamente canzoni e libri segnalati, ma sicuramente non è uno dei libri migliori di Stephen King. Forse avevo aspettative troppo alte che sono state tradite, ma è anche vero che consiglierei il libro soltanto per i primi due racconti, e forse il terzo. Alla fine è un libro diverso dai soliti canoni del Re, un espediente per dar voce a storie e personaggi lontane e quasi dimenticate, legate da un filo conduttore sotto forma di Vietnam e non penso che voglia passare alla storia. E’ appunto un libro che si vuole fare solo leggere, che dovrebbe essere lo scopo finale, puro e semplice che tutti gli scrittori dovrebbero avere. In questo King ci è riuscito: Cuori in Atlantide è un libro piacevole e ricco di informazioni, innocenza ed esperienza.
Adesso se non vi dispiace vado a giocare a Cuori. Sì, ho imparato le regole del gioco dopo aver letto questo libro. E dire che anche io sono uno studente universitario…
Pace e amore, fratelli.

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