Esclusiva Intervista a Claudio Chiaverotti

Scritto da bruno doper il 24 marzo 2016 in Interviste con nessun commento

Esclusiva:
Intervista a Claudio Chiaverotti
ML detommaso

Claudio Chiaverotti sceneggiatore storico di Dylan Dog e ideatore di Brendon, chiacchiera con noi di fumetto, cinema ed editoria, presentando la sua nuova creatura, Morgan Lost.

1 – Esordisci nel mondo del fumetto a 22 anni, intorno ai 25-26 ti ritrovi a gestire Dylan Dog mentre sfiora il milione di copie vendute: qual era ai tempi la percezione che avevi di te e del tuo lavoro? Eri consapevole di lasciare il segno indelebile nel fumetto popolare italiano? Come ricordi quegli anni che oggi vengono considerati la golden age di Dylan Dog – una età dell’oro che in larga parte tu stesso hai contribuito a creare?

Prima di tutto grazie per le belle parole. Se ci incontriamo a Cartoomics vi offro da bere.
Consapevole? No, per niente. All’epoca avevo 22-23 anni, avevo iniziato a fare fumetti scrivendo le Sturmpruppen di Bonvi, e da quella esperienza passai direttamente al Dylan di Sclavi. Ero un appassionato di fumetti, ma non un esperto. Per esempio, conoscevo a memoria quella che reputo una pietra miliare dei fumetti, ovvero Dark Knight Returns di Miller – certamente ben noto a voi di dcleguers – le cui tavole ancora oggi mostro come esempio durante i miei incontri alla scuola di fumetto, ma non conoscevo i manga e mi mancavano tutta una serie di nozioni. Del resto, non avevo fatto scuole specializzate, anche se, da quello che so, a quei tempi ce ne erano pochissime in giro. Come ho già dichiarato in altre interviste, il mio sogno era diventare regista: mi sarebbe piaciuto frequentare il centro sperimentale di Roma, ma purtroppo la mia famiglia non aveva la possibilità di sostenere questo mio desiderio. Per fortuna, trovai quest’altra strada, che mi ha dato  bellissime soddisfazioni. Quando iniziai a fare fumetti, l’unico manuale tecnico che avevo letto era l’opuscoletto Come si diventa autore di fumetti realizzato da Silver e Castelli.
Approdato alla Bonelli, mi sottoposero una sceneggiatura di Tex come esempio da studiare per realizzare i miei primi lavori bonelliani. Il resto lo hanno fatto la mia fantasia e la voglia di raccontare. In generale, sono abbastanza sprovveduto per le cose pratiche, però la fantasia è sempre stata una delle mie doti e, quando iniziai questa mia avventura nel mondo del fumetto, cercai di metterla a frutto. Dylan Dog era il mio preferito e in maniera del tutto naturale mi ero trovato a pensarla come Sclavi su molti aspetti legati alla scrittura. A me piaceva molto il tipo di narrazione alla Sclavi, che poi in parte mi sono portato dietro: un modo di raccontare fatto di veloci cambi di scena ed emozioni. Talvolta – e in questo momento parlo a titolo personale del mio modo di scrivere – preferisco dare più risalto alle emozioni che alla logica, per cui, anche se nella storia resta una logica di fondo, il mio principale obiettivo diventa comunicare ai lettori delle emozioni. Comunque, se quei primi 100 numeri sono stati indicati come la golden age, il merito va attribuito soprattutto a Sclavi.  Tra l’altro, la definizione è stata coniata solo successivamente. Quando vivi certe situazioni dall’interno non te rendi conto: vedevo tantissimo interesse rivolto al personaggio, ma non ero consapevole del fatto che grazie a Dylan ci sarebbe stata una rinascita del fumetto in Italia. Era un momento in cui scrivevo dalle cinque alle sei sceneggiature contemporaneamente. Credevo in quello che facevo e già avevo l’entusiasmo che da sempre metto in questo lavoro e che reputo un ingrediente indispensabile. Se manca l’entusiasmo,  si ottiene una storia svogliata e il lettore rischia di annoiarsi: quando scrivo, devo divertirmi ed essere coinvolto io per primo. Semplicemente, per tornare alla domanda,  svolgevo un lavoro che amavo senza rendermi conto di cosa stesse accadendo intorno a Dylan.

2 – Dopo una serie regolare durata 100 numeri, Brendon si appresta a vivere una nuova vita editoriale attraverso degli speciali a colori. Hai creato un personaggio moderno, mercenario per vivere ma mai schiavo del denaro – semmai di una sua intrinseca nobiltà d’animo. Pensi che sia questo il paradigma dell’eroe di oggi? Materialista per necessità, idealista per vocazione?

Mi piace molto questa definizione, ma non credo di aver creato eroi. Brendon si avvicina un po’ di più al concetto di eroe, ma Morgan in particolare, con tutte le sue fragilità, lo reputo molto simile ad una persona reale. Un personaggio che soffre di insonnia, ha gli incubi, balbetta e piange, non credo possa essere ricondotto al concetto classico di eroe. Forse, come mi ha scritto un lettore, Morgan Lost è una storia sulla fragilità umana. Nel momento in cui crei un personaggio è importante dargli una coerenza di comportamento e, siccome la persona che conosci meglio sei tu, i personaggi più interessanti sono una proiezione di te stesso. Morgan è un personaggio metropolitano e perciò ho potuto proiettare in lui molti aspetti di me; nel caso di Brendon, il tipo di ambientazione non mi consentiva di inserire alcune elementi legati alla mia vita, come la passione per il cinema, ma anche lui è a tutti gli effetti una mia proiezione.
Quando inventai Brendon, pensai a un personaggio irrequieto, con un tormento interiore che lo portava a spostarsi continuamente da un posto all’altro, a essere perennemente in fuga da qualcosa di ignoto a lui stesso. Un atteggiamento che simboleggia alla perfezione la mia inquietudine.
Io vivo tra Torino e il mare. Moltissime volte avverto l’esigenza di prendere la macchina per andare in riva al mare, ma quando – impegni permettendo – mi allontano da Torino, dopo tre-quattro giorni, avverto l’esigenza di lasciare il luogo in cui sono arrivato. In altri termini, potremmo dire che Brendon rappresenta la mia voglia di fuggire. Tornando al paradigma dell’eroe, Brendon è semplicemente un personaggio che ha imparato a lottare per sopravvivere e ne ha fatto un lavoro. Un uomo per nulla attaccato alle cose materiali: quando racimola il denaro sufficiente per dare da mangiare al suo cavallo, bere un whisky e mangiare una zuppa, è appagato. Un uomo intelligente, ma decisamente non colto, che ha imparato a sopravvivere in un mondo soprannaturale e feroce.
Per fare un esempio, quando in un episodio gli chiedono se sa leggere, lui risponde “me la cavo”. Inoltre, non reputo eroi nè Brendon nè Morgan perché sanno dare spazio ad altri personaggi. In un episodio di Brendon intitolato Noi siamo Leggenda, un gruppo di guerrieri imbattibili, dopo essersi divisi, cadono in disgrazia. Quando li ritroviamo, molti anni dopo, una fa la prostituta che picchia i clienti, uno fa il lacchè di uno strozzino, uno è un oppiomane… Tuttavia, per combattere un nemico comune, riformano il vecchio gruppo, al quale si aggiunge anche Brendon, che in quel caso  non è il protagonista unico, ma colui che li fa incontrare: alla fine risolverà la faccenda, ma lasciando molto spazio a quei personaggi che, nel momento in cui si risollevano dal fango e dalla polvere, diventano eroi anche più veri di quanto non lo fossero stati anni prima. Anche perché è molto più difficile combattere la tua ultima battaglia quando non sei più un giovane guerriero, hai corpo pieno di alcool e hai perso tutta la tua autostima. In quella situazione, Brendon sa fare un passo indietro, per accompagnare dei comprimari sulla scena.

3 – Negli speciali a colori di Brendon, vedremo concludersi alcune sottotrame rimaste aperte nella serie regolare? Mi riferisco a quelle riguardanti il “figlio” di Brendon nato durante il rituale delle Tenebre, Anja/Shadow, il demone Lhyas Bahn di London 2, gli Esseri d’Ombra che scommettono sulle vite degli umani.

Finora ho scritto cinque speciali a colori e attualmente sto lavorando al sesto.
In questi numeri ho cercato di creare meno problemi possibili a chi non avesse mai letto Brendon,  limitando i riferimenti alla serie regolare: sono passati quasi due anni dall’ultimo numero e qualcuno potrebbe aver dimenticato i personaggi meno importanti o molte delle sottotrame viste in precedenza. Avremo quindi una sorta di Brendon anno zero. Alcuni hanno usato il termine reloaded, ma non credo renda l’idea, perché non si tratta di un personaggio ripensato completamente. Certo,  cambieranno delle cose. Per esempio, avremo un abbigliamento un po’ diverso, una nuova pistola e un altro tema portante. Qualcosa della sua precedente avventura editoriale rimarrà – saranno presenti alcuni dei suoi amici come Tadeus e l’altra cavaliera di ventura Scarlett, però determinate sottotrame per ora resteranno aperte. Devo confessare che ho pensato molto alla possibilità di riprendere la trama del figlio, ma alla fine mi sono deciso a lasciare momentaneamente in sospeso anche quella storia: il suo utilizzo comporterebbe la necessità di riassumere quanto già narrato con dieci o quindi pagine di  flashback. Una scelta che rischierebbe di complicare la lettura. Quando ho pensato di riproporre Brendon con questi speciali, ho promesso qualcosa di nuovo. E come amo ripetere, non bisogna mai prendere in giro i lettori, che oggi sono sempre più esigenti e preparati.
Avremo atmosfere molto più visionarie, caratterizzate da storie dove non mi sono posto particolari limiti. Un approccio che ho usato anche per scrivere Morgan Lost, le cui vicende  stanno infrangendo diversi tabù narrativi. Tornando a Brendon, questo nuovo corso mi darà l’occasione di affrontare risvolti del personaggio che non avevo ancora raccontato. In un mio intervento su facebook ho parlato di un eroe ancora più crepuscolare e tormentato. Talvolta lo vedremo manifestare una certa stanchezza o anche commettere degli errori: in una storia che ho scritto, commetterà un grave errore all’inizio e per tutto il resto dell’albo si impegnerà nel tentativo di rimediare. Senza spoilerare troppo, posso anticipare solo che, in questi speciali lo ritroveremo in una situazione particolare, tutt’altro che eroica… Ma, come nella trama sviluppata  sulle pagine di Noi siamo leggenda, lo vedremo rimettersi in sella. Del resto resta pur sempre Brendon! Per quanto riguarda la pubblicazione dei nuovi albi, non so ancora se avranno una periodicità semestrale o annuale; per adesso, posso solo dirvi che il primo speciale uscirà a luglio.
NDR: Come ha annunciato lo stesso Claudio Chiaverotti a Cartoomics,  l’uscita del primo numero è slittata. Al suo posto verrà pubblicato l’albo speciale con il team-up tra Brendon e Morgan Lost.

4 – Attraverso alcune interviste, hai precisato come i tuoi due “figli”, Brendon e Morgan Lost, siano molto distanti tra loro sul piano psicologico. Tuttavia, entrambi vivono in universi narrativi molto inquietanti, un mondo post apocalittico il primo e un’ucronia violenta il secondo. Questi scenari sono solo strumenti per intrattenere il pubblico, o nascono anche da un tuo modo di rappresentare il mondo in cui viviamo, con tutte le sue storture e contraddizioni?

È il mio modo di rappresentare il mondo in cui viviamo. Inizialmente, l’ho fatto per Brendon attraverso la maschera del medioevo prossimo venturo. Nel numero intitolato “Il lato oscuro”, per citare un esempio, parlai espressamente di malasanità. La storia era tratta da John Q, interpretato da Denzel Washington e diretto da Nick Cassavetes, un film molto bello che racconta di un ragazzino a cui viene negato un intervento chirurgico perché il padre non ha abbastanza denaro.
E poi lo sto facendo con Morgan Lost. Quando parlo con i disegnatori, fornendo le informazioni che riassumono le caratteristiche di base del personaggio, raccomando sempre di non giocare troppo con i riferimenti visivi agli anni ’50. In particolare, ho chiesto loro espressamente di non disegnare i cappelli agli uomini, per non creare un contesto da gangster movie. Atmosfere che non avrebbero nulla a che fare con il fumetto. D’altra parte, si tratta di anni ’50 reinventati nell’ambito di un’ucronia. Dei “veri” anni ’50 mi piaceva l’architettura, a cui mi sono ispirato per la scenografia, influenzata anche dai riferimenti all’antico Egitto. Aspetti visivi, quelli egiziani, legati anche a una sottotrama su una religione derivata da quella cultura. Tuttavia, come amo ripetere, nelle storie di Morgan Lost sto parlando del 2016. Sto parlando di noi e non dell’America anni ’50. L’iper burocratizzazione e la spettacolarizzazione della violenza le trovi accendendo la televisione.

ML B Incontro
5 – Passiamo al nuovo arrivato Morgan Lost. Saremmo curiosi di sapere quanto del carattere di questo personaggio possiamo cogliere da un’indagine sul suo nome. “Morgan” sembrerebbe rimandare al famoso pirata, quindi forse a un atteggiamento predatorio, rapace, spavaldo nei confronti della vita. “Lost” potrebbe portarci a pensare a un uomo che sia alla ricerca di se stesso, un sopravvissuto che naviga a vista e segue secondo opportunità le correnti del Bene o del Male. Siamo molto lontani dalla verità? Vuoi darci qualche anticipazione su che tipo di personaggio andremo a scoprire nei prossimi numeri?

È corretta la seconda chiave di lettura: il nome Morgan è del tutto casuale. Del resto, trovare il nome di un personaggio, soprattutto seriale, è difficilissimo,  perché devi cercare di non farlo somigliare a nomi di personaggi già esistenti. In ogni caso, il cognome Lost indica effettivamente un uomo perduto in se stesso. Perduto nella sua tristezza, solitudine, rabbia. Anche se i personaggi restano diversi, è possibile riscontrare delle similitudini con Brendon. Per anticipare qualcosa sulla sua futura evoluzione, posso dirvi che Morgan, da  personaggio tormentato qual è,  pur avendo una sua coerenza, avvertirà momenti di stanchezza analoghi a quelli che provano le persone comuni. Nel numero 5 ho mostrato uno dei suoi momenti di sconforto: nella sequenza del bar, nonostante la piega divertente che sta prendendo la serata, a un certo punto lo vediamo salutare gli amici e lasciare il locale per restare da solo, esprimendo in questo modo il suo male di vivere.
Anche attraverso l’insonnia ci mostrerà la sua fragilità. In un numero si addormenterà in macchina dopo una notte passata a riflettere guidando, mentre in un altro lo vedremo fermarsi nel locale di Eva dopo una notte passata a bere, con la donna che si preoccupa per lui e gli propone di dormire nel bar. Cercherò quindi di raccontare quest’uomo nelle sue debolezze.
E poi non amo gli eroi invincibili, in stile anni ’30. Per dire: la grandezza di Miller nel suo Dark Knight Returns è proprio quella di aver trasformato un personaggio in una persona. Che Bruce Wayne a pagina uno dica “sarebbe una bella morte, ma non abbastanza bella” pensando per un attimo al suicidio, la reputo un’idea dirompente.
Quando gli eroi vengono resi umani e quindi reali, ti piacciono molto di più. Analogamente mi piace l’idea di un personaggio che, nonostante sappia combattere e sparare, risulti allo stesso tempo fragile. Una fragilità che non gli impedirà di avventurarsi nella peggiore oscurità dell’animo umano,  fra quelle perversioni che terrorizzano perché tratte dalla nostra realtà. E se il protagonista non è invincibile, se lo vedi vacillare, sarà ancora più facile stare al suo fianco arrivando anche preoccuparti per la sua incolumità. Del resto, lo vedremo sempre alle prese con dei bastardi della peggiore specie, perché la grandezza di un personaggio deriva anche dalla pericolosità dei suoi nemici.
Posso anche anticipare che Morgan Lost attraverserà della crisi personali. Nel mondo reale, chi fa un lavoro come il suo ha bisogno di essere periodicamente disinnescato. Un profiler a caccia di serial killer, nella fiction (e presumibilmente nella realtà), deve essere monitorato per evitare di impazzire a sua volta. Tutti gli psicanalisti,  per poter esercitare la loro professione – uno dei diversi mestieri che  mi sarebbe piaciuto fare – devono essere a loro volta analizzati periodicamente da altri  colleghi. E parliamo di persone che hanno a che fare con comuni pazienti, figuriamoci una persona che deve entrare nella mente dei serial killer… Quindi vedremo Morgan andare a trovare spesso la sua amica Pandora, che avrà anche il compito di disinnescarlo. Tra questi due personaggi esiste un rapporto particolare che sarà approfondito strada facendo: c’è amicizia, ma potrebbe anche esserci qualcosa in più. La donna è troppo giovane per essere una madre e allo stesso tempo ha qualche anno di troppo per essere un’amante. Si tratta quindi di un rapporto irrisolto. Pandora non solo lo aiuterà nel suo lavoro, ma cercherà di assisterlo sul piano psicologico.
Questo posso anticipare sul personaggio. Per quanto riguarda le storie, invece, spero di riuscire a osare sempre di più. In particolare, sono curioso di scoprire  come verrà accolto il numero 6.  Si tratta di una storia che secondo me va abbastanza oltre, a prescindere dal fatto che introduce un discorso sul fumetto, sul  mondo dei collezionisti, degli appassionati e quindi sul metafumetto.
L’albo sarà incentrato sui coniugi rabbit, i protagonisti di una serie underground di culto.
Nella storia ho inserito alcuni spezzoni di quei fumetti underground e, siccome si tratta di un genere che se ne infischia di certe regole, sono curioso di scoprire come saranno accolte quelle sequenze. Nel tentativo di sperimentare qualcosa di nuovo e di moderno, ho cercato di metabolizzare il genere trhiller,  per poi raccontarlo a modo mio. Nelle storie compariranno serial killer assolutamente sopra le righe, che, pur non avendo superpoteri, per certi versi potrebbero ricordare i supercriminali dei comics americani. Da questo punto di vista, forse il mio modo di raccontare si presta meglio a una forma espressiva come il fumetto, piuttosto che ai romanzi. Parto da un impianto realistico, ma poi cerco di puntare sulle emozioni e amo creare personaggi sempre sopra le righe. Per dire, un serial killer come Wallendream nel mondo reale dopo un certo numero di omicidi verrebbe catturato, ma nel mondo di Morgan Lost è plausibile che riesca a fuggire.

6 – Uno degli elementi narrativi più apprezzati dai lettori è l’ucronia nella quale si muove il personaggio. Per adesso sappiamo che Sigmund Freud ha fondato il profiling criminale, Albert Einstein  è uno scrittore di fantascienza e Marlene Dietrich ha ucciso Adolf Hitler, impedendo la Seconda guerra mondiale. Ti aspettavi tanta curiosità verso questo aspetto della tua creazione? Quanto hai intenzione di spingerti in là nella costruzione del mondo di Morgan Lost? E l’urgenza di non deludere le attese, relative alla costruzione e alla descrizione di questo universo alternativo così appassionante, non rischia di far passare in secondo piano l’evoluzione del protagonista?

In realtà, quando ho creato questo universo narrativo, ho cercato di scrivere qualcosa che divertisse prima di tutto me come lettore. Mi piaceva l’idea di giocare con un tipo di espediente che ricorda molto quello visto nei fumetti dei supereroi della DC, dove possiamo trovare personaggi noti che  hanno avuto un destino differente in terre alternative. Tuttavia, per me l’aspetto più importante della serie rimane Morgan Lost. Continuerò a divertirmi nello sviluppo di questi aspetti del fumetto, ma senza trascurare il personaggio. Anche nella copertina del numero uno, ho scelto un’impaginazione che credo sia stata applicata raramente, se non per la prima volta, in Bonelli : ho sacrificato l’ambientazione per dare spazio a una componente fondamentale della vita di Morgan, ovvero i serial killer.
In genere, nella copertina del primo numero di un fumetto seriale, mostri il personaggio e il mondo nel quale vive. Per Morgan Lost numero 1 avevamo preparato due-tre copertine possibili, una delle quali – poi distribuita a Romics sotto forma di illustrazione promozionale – mostrava lo scorcio della città dietro l’orologio. A un certo punto, però, telefonai a Fabrizio De Tommaso e gli dissi “mettiamoci i pazzi”. E lui mi rispose “ok, mettiamoci i pazzi”. In definitiva, i serial killer sono coloro che hanno contribuito alla nascita di Morgan Lost così come lo vediamo, per cui costituiscono a tutti gli effetti una parte integrante di lui.
Certo, l’ambientazione rimane importantissima: la città nella mie intenzioni deve risultare assolutamente suggestiva, e non mancherà l’occasione di giocare con le sfaccettature di questo universo alternativo. Alcuni albi di Morgan Lost lasceranno molto più spazio ai dialoghi rispetto alle sceneggiature che normalmente realizzo. Sono storie che nascono dall’esigenza di spiegare la società in cui vive il personaggio, e che implicheranno un tempo di lettura tra i 20 e i 30 minuti.
Quando scrivo, cerco di mettermi nei panni del lettore, per cui mi rendo conto che in un momento di crisi come questo, anche tre euro e cinquanta sono una cifra importante: affinché ci sia qualcuno disposto a spendere i suoi soldi per il fumetto, devo cercare di offrigli un’ambientazione e una scenografia inedite, che non abbia già visto in televisione, su internet o altrove.
Più avanti vedremo qualche personaggio noto usato in modo “distorto”. Poiché si tratta di personaggi protetti dal copyright, mi divertirò a renderli riconoscibili per i lettori, ma allo stesso tempo differenti (purtroppo non posso aggiungere altro senza anticipare la trama).
Allo stesso modo, ho già in mente delle idee su come usare la versione alternativa di alcuni personaggi storici. Per adesso ho scritto venticinque storie e se le vendite – per adesso incoraggianti – resteranno invariate, consentendomi di andare avanti, non mancherà l’occasione di utilizzare quelle idee. Ovviamente, sempre nel rispetto del personaggio, che, lo ripeto, per me ricopre il ruolo centrale.

7 – Parliamo di una altro ingrediente che rende Morgan Lost unico nel suo genere. Negli ultimi anni la Bonelli ha puntato molto sul colore, inaugurando e mettendo in cantiere una serie di progetti lontani dalla tipica ricetta editoriale italiana basata sulla bicromia. Come è nata l’idea della tricromia per Morgan Lost? Il suo utilizzo era stato pensato fin dall’inizio come lo stiamo vedendo noi lettori?

La tricromia è un’idea nata fin dall’inizio, ma che si è poi evoluta poco alla volta insieme al personaggio. Fin da subito avevo in mente di provare una colorazione diversa dal solito, a patto che si discostasse il più possibile dalla procedura vista in Sin City. Applicare la stessa impostazione  sarebbe stata una scopiazzatura e, del resto, il fumetto di Miller rappresenta una tale pietra miliare da risultare ineguagliabile.
Poiché la produzione di una serie a fumetti bonellina è molto lunga, la lavorazione di Morgan Lost è iniziata un paio di anni prima dell’uscita in edicola. Di conseguenza, i disegnatori hanno cominciato a lavorare quando ancora non avevamo preso una decisione definitiva.
In seguito, l’ idea della tricromia è ritornata in auge, giustificata anche dal fatto che Morgan fosse daltonico – come fin da subito avevo stabilito. Negli ultimi mesi della preproduzione decidemmo di fare un esperimento con lo Studio Arancia di Torino, lo stesso che ancora oggi cura la colorazione della serie. Le prove piacquero molto alla Bonelli, perché venne fuori un risultato molto particolare. Gli albi di Morgan Lost non prevedono bozzetti colorati. Per fare un esempio, non seguiamo un tipo di procedura nella quale si stabilisce che la maglietta di un personaggio è rossa e sarà sempre colorata così in ogni vignetta. Quel tipo di approccio ci porterebbe a un rosso fotografico, ovvero a quello che potremmo definire anche un rosso di atmosfera che disegna le scena.
La nostra è una vera e propria colorazione, nella quale i grigi suggeriscono al lettore gli altri colori. Negli albi, quindi, vediamo la realtà come la percepisce Morgan Lost, con sfumature di grigio e sfumature di rosso.
Sono molto soddisfatto anche perché siamo riusciti attribuire a un albo a colori un prezzo abbastanza accessibile. Adesso, io non sono un esperto di tecniche tipografiche, ma mi hanno spiegato che, usando un solo colore insieme al bianco e nero, si agisce su un solo canale e si riducono considerevolmente le spese di stampa previste per una normale colorazione. In un certo senso, abbiamo uno sforzo produttivo di poco più alto rispetto a quello previsto per la procedura di un tipico albo bonelli.
L’alternativa sarebbe quella di usare i consueti quattro canali, attraverso i quali si riescono a ottenere tutte le sfumature cromatiche possibili, ma ad un costo più alto, che di fatto inciderebbe anche sul prezzo di copertina. A conti fatti, abbiamo un solo colore, ma giochiamo molto sulle sfumature. La nostra tricromia costituisce qualcosa di nuovo al di là del genere bonelliano, e  spero contribuisca a creare un effetto novità.
Abbiamo cercato di produrre un fumetto di cui i lettori potessero riconoscere le peculiarità anche sfogliandolo velocemente  in edicola: lo scopo era incuriosire i potenziali acquirenti, per  convincerli a provare l’albo.

8 – Sei un grandissimo appassionato di cinema e il tuo personaggio ha tutte le carte in regola per essere trasposto come film o serial televisivo. Se ti proponessero di produrre un film tratto dal tuo fumetto, ne accetteresti una diversa interpretazione, o preferiresti avere il maggiore controllo possibile sulla produzione?

Se mi proponessero una cosa del genere, mi lascerei cadere con le gambe tremanti sulla poltrona e, anche se non ne faccio uso, forse sarei costretto a prendere dei calmanti. Poi passerei un mese con un sorriso stampato sulla faccia, facendo pensare a tutti che sono impazzito.
All’inizio sarei tentato di accettare qualsiasi cosa mi proponessero, ma poi ci penserei bene. Tendenzialmente, vorrei un Morgan Lost fedele il più possibile a se stesso. Alla Bonelli ne abbiamo parlato: i responsabili del settore marketing, che ovviamente sono molto più esperti me in questo campo, mi hanno spiegato che da un punto di vista analitico la struttura narrativa di Morgan Lost è costituita da celle. Non avendo una continuity serrata, la narrazione è molto simile a quella di serial come CSI o Criminal Minds, per cui vedo fattibile una trasposizione basata su quel tipo di telefilm. Iniziativa che, chiaramente, implicherebbe costi di produzione molto elevati.
Comunque, per un appassionato di cinema come me, vedere Morgan Lost in movimento sarebbe un’emozione indescrivibile. E ne sarei felice anche se non lo interpretasse Ethan Hawke. Come ho già avuto modo di raccontare, quando ho creato il personaggio sono partito da Hawke per il viso, ma poi, nell’interpretazione grafica dei vari disegnatori, il volto di Morgan è cambiato. Alcuni lettori mi dicono che ricorda un Delon da giovane, altri che somiglia a determinati attori famosi: alla fine, possiamo affermare che Morgan Lost somiglia solo a Morgan Lost.
Certo, un adattamento sarebbe la realizzazione di un bel sogno. Io sono uno che vive con i piedi per terra ma, se dovesse succedere, vi prometto che sareste i primi a saperlo.

9 – Con Morgan Lost hai deciso di optare per la serie regolare bonelliana classica con una continuity non troppo invadente e una numerazione indefinita. Un modulo che, seppure meno usato rispetto al passato nelle nuove produzioni della Bonelli, ti garantisce la possibilità di catturare nuovi consensi strada facendo, senza scoraggiare i lettori discontinui. Alla luce di questa scelta, ci farebbe piacere conoscere una tua opinione sul mercato dei fumetti in Italia. Quanto è cambiato rispetto ai tuoi esordi, e come vedi il suo futuro?   

Non possiedo le competenze per rispondere in modo preciso a questa domanda. Mi mancano i parametri o le cifre sottomano, per cui posso solo darti una mia personale opinione.
Ai miei esordi non conoscevo il mercato del fumetto, ero il tipico fruitore occasionale che leggeva con discontinuità e, ovviamente, molto dipendeva anche dalla disponibilità economica del momento – quando sei un ragazzo, quell’aspetto incide molto: poiché all’epoca possedevo pochi soldi, non potevo acquistare molti fumetti e non avevo quindi il polso della situazione. A questo proposito, vorrei raccontare un episodio molto divertente che mi hanno riferito, avvenuto quando eravamo in momenti migliori. Un ragazzo comprò una collezione intera, mi pare di Comic Art, in fumetteria e poi chiamò un taxi per portarla a casa. Io non avrei mai potuto fare una cosa del genere, mia madre mi avrebbe ucciso. Anche adesso ci sono ragazzi che possono spendere cifre consistenti in libreria, ma purtroppo ce ne sono tanti che non hanno la stessa disponibilità. Oggi, quando mi chiedono come vedo il mercato del fumetto, la mia risposta è “guardate un telegiornale”. Da come la vedo, il fumetto italiano è inscindibilmente connesso all’economia. Il mercato in parte si è contratto, ma non per colpa del fumetto, perché le idee ci sono e il settore si impegna per fare del suo meglio. Anche la nostra casa editrice compie grandi sforzi per produrre prodotti validi e innovativi, ma dobbiamo fare i conti con una crisi diffusa. Prima ancora dell’intenzione, il lettore deve avere in tasca il denaro per comprare. Conosco persone che hanno perso il lavoro e hanno dovuto tagliare tutti gli acquisti non necessari. Altre persone, che sono andate in cassa integrazione, si sono ritrovate a fare delle scelte: prima compravano un tot di fumetti e adesso ne comprano solo tre, perché, avendo una famiglia da mantenere,  devono rispettare un budget molto ridotto. In sintesi se una persona perde il lavoro, tra comprare il pane o un fumetto… compra il pane, questo è inevitabile.
Quando incontro un lettore che dice di acquistare quasi tutto quello che esce, sono molto contento,  perché vuol dire che lui non ha problemi economici e, allo stesso tempo, contribuisce al benessere di tutto il settore.  All’epoca in cui seguivo  Giurisprudenza – uno degli studi sbagliati che ho fatto –
sostenni un esame di economia politica : non ricordo quasi più nulla della materia, ma posso affermare che l’economia è uno specchio della società. Per questo, mi auguro che l’economia riparta. Quando le cose vanno meglio da quel punto di vista, è più facile trovare lettori disposti a provare i nuovi prodotti.
E poi, se diventano più cari tutti i beni di consumo, anche la carta costa di più e l’editore è costretto ad  aumentare il prezzo di copertina. Nel caso di Morgan Lost, abbiamo un fumetto in tricromia venduto a un prezzo bassissimo, confrontato per esempio con quello di un biglietto del cinema –  senza dimenticare che un fumetto lo leggono almeno tre persone.
Sempre a proposito dell’andamento del mercato, anche chi scrive ha le sue responsabilità. Quando prepari un albo a fumetti devi creare storie capaci di divertire il lettore e oggi basta accendere la televisione per trovare telefilm confezionati benissimo. Essendo prima di tutto un appassionato di cinema, non sono un grande fruitore di serial, però ammetto che in giro ce ne sono di straordinari: Breaking Bad, 24, e tantissimi altri che non sto a citare. Quei prodotti esprimono una qualità spaventosa; di conseguenza, convincere una persona a rinunciare a cinquanta minuti di intrattenimento in tv per leggere un numero di Morgan Lost è impegnativo: devi riuscire a scrivere qualcosa di molto convincente.  Come autore,  devi impegnarti dieci volte di più, conoscere bene che cosa è stato fatto, in modo da non riproporre le stesse idee, al massimo citare, sempre facendo molta attenzione. Detto questo, qualcuno mi ha fatto notare che intorno a Morgan è nato un grande entusiasmo. Molti lettori aspettano con trepidazione il fumetto in edicola e non vedono l’ora di scoprire il contenuto del nuovo albo. Spero che continuino così.

10 – Su facebook – anche grazie all’attivismo di Lola Airaghi e Val Romeo – si è creata una bella comunità, molto vivace, di appassionati di Morgan Lost: hai la possibilità di ritrovarti a stretto contatto con tanti lettori che si rapportano quotidianamente a te, con preferenze, richieste e complimenti. Questo feedback è uno spunto per modificare alcuni aspetti del tuo lavoro, oppure (pur ascoltando le varie opinioni) preferisci isolare il processo creativo, mantenendo la tua autonomia di autore?

In genere vado per la mia strada, anche per le motivazioni che ho spiegato proprio nel gruppo facebook dedicato al personaggio. Sul social network l’albo più discusso tra quelli pubblicati finora è stato il numero 3, intitolato  Mr. Sandman, una storia sulla quale avrei scommesso perché mi sembrava una delle migliori, che tuttavia ha diviso i lettori.  In quella circostanza qualcuno mi ha chiesto di scrivere solo storie incentrate sui serial killer e sono intervenuto per spiegare che i serial killer, essendo un elemento fondamentale della serie, ci saranno sempre ma non torneranno solo per accontentare una richiesta. Del resto, come accennavo prima, ho già scritto venticinque numeri, e quindi neanche volendo potrei cambiare in corso d’opera le storie che saranno pubblicate.
Comunque, anche se preferisco mantenere la mia autonomia, alcune volte ascolto i suggerimenti dei lettori. Tralasciando facebook, parecchi anni fa il gestore di un negozio di fumetti mi fece notare che Brendon non aveva nessuna continuity e mi suggerì di usare la Luna nera per crearne una. Io ascoltai il suggerimento e infatti decisi di creare nell’ambito della serie una sorta di miniserie di sei – sette numeri che poi ha concluso il ciclo narrativo di Brendon con il numero 99 (anche perché per il numero 100 avevo in mente qualcosa di diverso).
A volte leggo interventi o anche domande come le vostre – e non lo dico per piaggeria – che innescano riflessioni interessanti. Per esempio, la domanda inerente l’universo alternativo nel quale si muove Morgan Lost stuzzica ulteriormente la mia voglia di giocare con quell’aspetto della serie, sfruttando le idee che ho già in mente.
Un altro esempio che posso fare riguarda il ritorno del Dottor Splatter, un personaggio visto nel primo numero, strano,  assurdo,  a suo modo divertente e terribile, che ha spinto alcuni lettori a
chiederne il  ritorno. Siccome anch’io trovo il personaggio divertente, posso anticipare che tornerà.
Per cui, anche se nell’ottanta percento dei casi vado per la mia strada, qualche suggerimento lo colgo. Oggi ci ritroviamo dei lettori preparatissimi che hanno letto molto e hanno visto un mucchio di film e telefilm. Personalmente, non vedo tutto dall’alto: mi sembra piuttosto uno scambio che ci consente di arricchirci a vicenda.
In particolare, cerco di leggere con attenzione i vari interventi su facebook. Alcune volte non intervengo, altre mi limito ad aggiungere dei “mi piace” e, nella maggior parte dei casi, glisso sulle critiche. Replico molto raramente, solo quando le critiche mi sembrano buttate lì per altri motivi. Dopo un po’ ci si conosce. Seguo con particolare attenzione chi posta con maggiore continuità, scrivendo commenti molto interessanti, anche se può sempre accadere che un post molto valido possa sfuggire perché,  e speriamo che continui così, su facebook c’e molto fervore.  A questo proposito, voglio sottolineare che la pagina dedicata a Morgan Lost è molto vitale soprattutto grazie all’impegno di Lola e Valentina. Recentemente ho lanciato il concorso per indovinare il film citato nel numero cinque: per la qualità delle varie risposte, molti lettori si siano rivelati grandi cinefili, arrivando a citare film mai arrivati in Italia. In genere, cerco di leggere tutti i commenti.  Non amo compiacere le persone, per cui sono sincero quando dico che tendo ad ascoltare attentamente le opinioni dei lettori. Sono quelli che mi permettono di andare avanti e per loro nutro una grandissima considerazione.

11 – Vorremmo salutarti e ringraziarti per la tua disponibilità con un’ultima domanda sull’essenza e il significato dei fumetti. Credi che oggi persista ancora un valore “didascalico” del Fumetto, oppure la Nona Arte è, ai nostri tempi, piuttosto lo specchio dell’epoca che si trova a rappresentare? E la fantasia che ruolo ha in tutto questo? E’ iperbole, riduzione e distrazione di un elemento reale, oppure è proiezione e aspirazione di concetti ideali?

Parto dalla fantasia, che reputo l’elemento fondamentale, la scintilla, il muratore che costruisce l’impalcatura dell’edificio narrativo. Per quanto riguarda il valore didascalico, rispondo menzionando Pratt. Corto Maltese è un personaggio che adoro e reputo uno tra i più belli dell’ultimo secolo, insieme a pochi altri. Nelle sue storie veniva citato Rimbaud, ed era presente una documentazione storica e geografica impeccabile, ma, ciò nonostante, Pratt diceva che il fumetto prima di tutto deve divertire. E io la penso allo stesso modo: per quanto possa anche avere un valore istruttivo, un fumetto deve intrattenere il lettore. Non credo che metteranno Morgan Lost nei sussidiari.
L’insegnante di una scuola che si trova dalle mie parti, bontà sua, mi vorrebbe a un incontro con i suoi studenti. Gli ho spiegato che soffro d’insonnia e che, se dovessimo organizzare un incontro,  potrei passare solo di pomeriggio, ma lui si è reso disponibile anche sull’orario.
A quel punto gli ho detto “…più che altro perché tu mantenga il tuo posto di lavoro, hai fatto vedere al preside Morgan Lost?”. Non è che la serie sia diseducativa, ma parla di serial killer. Avrà un anche valore didascalico perché parla di esseri umani, di rapporti tra le persone, e spero che sia scritta decentemente, ma ripeto, dubito che andrà mai nei sussidiari delle scuole. Per certi versi, comunque, mi piace che sia abbastanza “scorretto”,  cioè che abbia tutti quegli elementi che caratterizzano i thriller moderni.
In relazione a un altro passaggio della domanda, a prescindere da un eventuale valore didascalico, ritengo che il fumetto sia lo specchio dell’epoca che stiamo vivendo, ma soprattutto lo specchio dell’anima di chi lo racconta, del raccontastorie – e non uso questo termine a caso. Secondo me gli scrittori di fumetti equivalgono a quelle persone che nel Medioevo andavano di corte in corte, raccontando storie interessanti per guadagnarsi da vivere. In modo poetico, l’autore di fumetti potrebbe essere visto così.
Per quanto riguarda invece l’ultima parte della domanda, sì, per me il fumetto può essere inteso anche come proiezione di concetti ideali. A mio parere il fumetto è soprattutto fantasia, poi credo incida l’interpretazione di chi lo legge. Nella fruizione entra in gioco anche il gusto personale del lettore.
Nel primo incontro dedicato a Morgan Lost a cui ho partecipato,  circa sette – otto giorni prima della sua uscita,  dicevo a tutti che sarebbe stato interessante rivedersi cinque mesi dopo. Dicevo: io adesso vi dico determinate cose, che per me Morgan è un personaggio caratterizzato in un certo modo, ma  sarebbe molto interessante sapere come lo avete inteso voi lettori. Se determinati elementi che volevo trasmettere sono stati interpretati come volevo, non sono arrivati o sono stati compresi in modo diverso. Ecco, come affermavo prima a proposito dell’interscambio con i lettori, il fumetto è anche negli occhi di chi lo legge, nei sentimenti che prova e nell’analisi che ne fa.
Tra parentesi questa domanda riflette la visione di un critico che, da appassionato di fumetti,  analizza il media. Dalle domande si vede che ne capite di fumetti, che ne avete letto tanti in tutta la vostra vita. Il mio approccio è quello di un autore, anche se preferisco usare il termine “creativo”.
Un raccontastorie che fornisce la sua versione della realtà, che verrà poi interpretata da chi la legge. Ed è questa la poesia dello scrivere: comunicare, raggiungere delle persone che potresti non conoscere mai e che magari interpreteranno a loro modo la tua storia. E’ anche vero che rispetto a una volta si sono frantumate certe barriere: una volta scrivevi la storia e ricevevi qualche lettera – se ti andava bene ne ricevevi 50 in un mese, e con Dylan potevano essere anche 100 o 200, mentre adesso puoi confrontarti in tempo reale con i lettori.
Come creativo cerco principalmente di trasmettere emozioni. Nel momento in cui scrivo la storia, alle caratteristiche tecniche della struttura narrativa non penso troppo. Non seguo i principi illustrati nel saggio Il viaggio dell’eroe di Vogler: poi magari  noto che alcune storie rientrano in quello schema, ma si tratta di un caso e non vale per tutto quello che produco. Parlando di cinema,  Quentin Tarantino, un regista che amo molto,  mette in luce la sua modernità infrangendo le regole. Nel consueto schema narrativo, dovrebbe mostrare allo spettatore una certo elemento della trama a  un certo punto del film, ma invece lo fa più avanti, per valorizzare il colpo di scena. Sono scelte che normalmente un regista non farebbe, ma lui se ne infischia e va avanti per la sua strada.
Dal canto mio, cerco di raccontare le storie in modo un po’ diverso dal solito – sempre stando attento a non scrivere qualcosa di troppo complicato. Per esempio, nel numero 5, in cui la trama si sofferma  più sul rapporto tra genitori e figli che sui serial killer, ho cercato di strutturare il racconto giocando con scansioni caratterizzate dal tempo che va avanti e indietro.
Come scrivo nelle prime pagine, quando la vita sta per finire, l’orologio impazzisce: ho cercato di trasmettere questo concetto sia attraverso una sorta di flashback, sia mostrando un orologio le cui lancette si muovono al contrario. Aspetto visivo difficilissimo da tradurre in fumetto e che non tutti i lettori potrebbero aver colto.
Qualcuno mi ha detto che il fumetto sembrava ispirato a 21 grammi. In realtà, fatta eccezione per il punto di partenza, la mia storia non è ispirata a quel film (tra l’altro bellissimo). In quel caso lo spettatore prima vede gli effetti e poi le cause. Nel mio albo non avrei potuto seguire lo stesso approccio senza mettere a rischio al comprensibilità. Pertanto, abbiamo una scansione narrativa che potrebbe ricordare 21 grammi, ma non altrettanto complessa, perché io volevo una storia che si leggesse agevolmente. Un altro fattore che caratterizza la storia riguarda la cattura del caimano, che  avviene a pagina 60. Mi piacevano molto le storie del Dylan di Sclavi nelle quali il  cattivo veniva preso a due terzi dell’albo e poi la storia continuava: alcuni numeri di Morgan Lost seguiranno lo stesso principio. Per me è interessante domandarsi che cosa succede dopo a Morgan, come cambiano le vite delle persone coinvolte, che cosa comporta una morte violenta in una famiglia, nella società. Aspetti che mi sembrano interessanti perché mi consentono di immedesimarmi nel lettore: non so dove andrà a parare la storia e potrò essere sorpreso dagli sviluppi. E’ fondamentale che chi legge l’albo non possa intuire, a pagina 5 oppure pagina 10, come andrà a finire la storia. E il mio impegno è proprio quello di non annoiare il lettore. Quando preparo un albo sono piuttosto lento, ma scrivo le storie di Morgan più velocemente rispetto a quelle di Brendon. Non saprei dire il perché, forse perché con Brendon mi facevo condizionare dal fatto che fosse bimestrale. Comunque con Morgan ci metto un mesetto, che è comunque già tanto per un albo Bonelli. Nel corso di quel mese leggo la storia più volte, la lascio decantare per qualche giorno e poi la rileggo. Il tutto senza avere paura di tagliare. Se vedo anche solo anche due-tre pagine poco convincenti, le butto via senza minimamente pensarci, per poi inventarmi qualcosa di nuovo. Questo perché l’albo deve avere assolutamente un ritmo che a me sembri forte e incalzante. Si tratta di una forma di rispetto dovuta a me stesso, come primo lettore della storia, e di conseguenza a tutti coloro che in seguito leggeranno il fumetto.

Brendon
Intervista a cura dello staff di DC Leaguers, contatti con l’artista tenuti dall’utente Bruno Doper e impaginazione di Marco Morana.