GLI X-MEN DI CLAREMONT FRA SCIENZA E MAGIA

Scritto da Matteo Pisaneschi il 16 agosto 2012 in X-Men con 3 commenti

In seguito a quella che può a ben vedere, vista la mole di materiale, definirsi “impresa” di rilettura cronologica dei 16 anni di storie della Uncanny X-Men di Chris Claremont chi scrive vorrebbe con questo articolo porre l’accento sui uno dei meriti e pregi di Chris come narratore delle storie X che forse, davanti alla grandeur dell’opera, è passata inosservata.

Parliamoci chiaro. Claremont è il padre degli uomini X moderni, ha inventato un gruppo totalmente nuovo rispetto al precedente di Stan Lee e Roy Thomas, non solo come personaggi ma come appeal e tematiche narrative fin dal Giant Size X-Men 1, e più volte nel corso dei quasi vent’anni successivi ridato nuova linfa al gruppo, sempre mutevole, tenendo fede a quello storico annual sopra citato, “All New, All different”, grazie a crossover come “La caduta dei mutanti”, “Inferno” o tutto il periodo “Dissolution & Rebith”. Parlare di questo sarebbe ribadire l’ovvio, annoierebbe e poco aggiungerebbe alla caratura del deus ex machina mutante.

Oggetto del presente articolo è piuttosto concentrarsi sull’ambientazione di sottofondo, sui generi narrativi con i quali Claremont condisce le proprie storie, generi inizialmente separati ma che ad un certo punto, dai primi anni 80 in poi, costituiranno un amalgama che renderà le storie del gruppo più insolito di eroi Marvel assai più fascinose, misteriose e variegate rispetto a quelle di altri personaggi della Casa delle Idee, ovvero una ben più ovvia, e per certi versi comprensibile, componente sci-fi ed una magica, esoterica.

Ma andiamo con ordine.

LA SPACE OPERA E LO SCI-FI DEI PRIMI UNCANNY X-MEN: SENTINELLE, SHI’AR E GIORNI DI UN FUTURO PASSATO

Quando Claremont rilevò la testata, inizialmente coadiuvato da Len Wein, primo artefice della cosiddetta “Nuova Genesi” questa proveniva da un fermo di diversi anni nei quali aveva proposto unicamente ristampe. Nonostante un Roy Thomas che aveva trovato il giusto passo ai testi dopo un esordio stentato e grandi artisti alle matite come Jim Steranko e Neil Adams la testata dovette soccombere alla dura legge dell’economia, e la pur ottima sequenza finale non riuscì a salvarla dalla ormai consolidata disaffezione dei lettori, condannandola a uno stop forzato che fortunatamente poi si sarebbe dimostrato momentaneo. Quali potevano essere le cause di questa disaffezione? In cosa erano diversi, con gli ovvi distinguo, gli X-Men da altri gruppi come, ad esempio i Vendicatori o Fantastici Quattro le cui testate continuavano a veleggiare senza intoppi nel mercato USA dei comics?

Visto quanto Claremont iniziò a progettare, disseminando indizi e accenni già nelle prime storie con quei sub-plot striscianti che avrebbero da qui in poi caratterizzato la sua scrittura, si può pensare che avesse trovato la risposta e che questa fosse una certa, diciamo così, limitazione geografica degli X-Men. C’erano state certo l’esotica Terra Selvaggia in Antardide e scorci di uno spazio profondo con la breve apparizione dello Straniero o la conclusiva invasione Z’noxx  ma erano componenti quasi esterne, di passaggio. Gli X-Men non si immergevano completamente in mondi estranei, in ambientazioni “larger than world” al pari di Avengers e Fantastic Four che avevano nei ricorrenti alieni Kree e Skrull villain di grosso calibro che con i loro imperi galattici fornivano uno scenario veramente straniero, nuovo e coinvolgente, perfetto per epopee eroiche come la celebre Kree-skrull War del 1971.

Ecco dunque Claremont ristabilire il giusto equilibrio dotando gli X-Men dei loro personali alieni, quegli Shi’ar con il quale qualsiasi X-scrittore dopo Chris deve confrontarsi, quasi come esame finale, imbastendo una saga cosmica con coprotagonisti questi extraterrestri ibridi umanoidi-pennuti.

Il processo non è immediato e prima di imbarcarsi in un’epopea spaziale come la prima saga Shi’ar Claremont fa una prova generale con l’avventura spaziale degli X-Men contro Steven Lang e le sue nuove temibili sentinelle: viaggi nello spazio, stazioni orbitanti, enormi robot ammazza-mutanti vecchio stile e cyborg omicidi di nuova generazione con le fattezze degli uomini X e tempeste solari sono gli ingredienti tipicamente sci-fi di questa prima infornata di storie. Si respira un’aria diversa, la prima fresca brezza dello spazio aperto e di una tecnologia che si spinge sempre più in là, verso quella fantascienza che con la sua innata originalità ha il potere di stuzzicare la curiosità anche dle lettore più scafato.

Eppure, come dicevamo, si tratta solo di un preambolo sia di genere che narrativo perché Chris fa del finale con il drammatico rientro apparentemente suicida di Jean Grey (che porterà alla sua trasformazione/sostituzione in Fenice) il punto di partenza per una storyline spaziale di portata ancora più elevata, cioè la cosiddetta prima saga Shi’Ar.

Dopo un set di episodi che si concentrano sugli X-Men in libera uscita dopo gli ultimi eventi ed il loro dover fare i conti con la macchinazioni, coinvolgenti antichi villain come il Fenomeno e Magneto, dell’agente Shi’ar Erik il Rosso al soldo dell’imperatore D’Ken e l’introduzione della braccata regina in esilio Lilandra, la vicenda esplode a piena potenza a cavallo fra il passaggio di consegne fra il disegnatore Dave Cockrum e un non ancora famoso John Byrne: eroi cosmici come Firestrom entrano nella mischia, una galassia lontana come teatro di una monumentale battaglia per le sorti dell’universo, la creazione della fantasiosa Guardia Imperiale (omaggio di Cockrum a quella futurista Legion of Superheroes alla quale aveva lavorato), varchi interdimensionali, stelle di neutroni, stutture antimateria e nexus di realtà quali il cristallo M’krann.

Ormai gli uomini X hanno preso il volo come la fantascientifica nave Enterprise di Star Trek “per giungere dove nessun uomo è mai stato prima”(evidente l’omaggio con Uncanny X-Men 107:Dove nessun X-Men è mai stato prima!)

Di sapore sci-fi, seppur in misura minore sono anche la rivincita di Magneto con l’introduzione del sadico robot Nanny (UXM 111-113), le sedie annulla volontà e la sconvolgente base operativa di Magneto al centro di un vulcano, o l’avventura in Giappone contro Moses Magnum e la sua tecnologia genera terremoti, ma per ritrovare certe vette del genere bisogna arrivare, ottime storie come La saga di Proteus” (UXM 125-128) o Il Club Infernale” (UXM 129-133), veri e propri capisaldi della letteratura mutante, alla conclusione della storyline di Fenice ed il ritorno agli sconfinati spazi della galassia Shi’Ar.

Ancora una manciata di episodi di passaggio ed lo scatenato duo Claremont/Byrne si imbarca nella loro conclusiva collaborazione, altro simbolo per eccellenza della narrativa sci-fi. Si tratta naturalmente di “Giorni di un futuro passato”, l’avventura di futuri distopici per eccellenza che con i suoi viaggi nel tempo, realtà alternative ed una drammatica atmosfera da fine del mondo (anzi dei tempi sarebbe più giusto dire) tanta influenza ha avuto sul genere, basti pensare alla di poco successiva saga cinematografica di Terminator.

UNA PRECISAZIONE: LA SAGA DI FENICE

Ad onor del vero ci sono nel periodo sopra esaminato singole storie che esulano da un’ambientazione sci-fi per calarsi in contesti ben più misteriosi e mistici come lo scontro con i demoni N’Garai (Uncanny X-Men 87) , l’annual con l’avventura interdimensionale nel barbarico mondo di Arkon (Uncanny X-Men King Size Annual 3) oppure la minisaga ambientata nella terra selvaggia contro Zala Dane e Garrok (Uncanny X-Men 114-116), ma si trattano di casi isolati in cui una componente è, seppur trattata con sufficienza, nettamente prevalente sull’altra.

Solo la prima saga di Fenice contiene un sottotesto esoterico di non poco conto, tutto incentrato su riferimenti cabalistici degni di nota, come spiegato in seguito costituendo quindi una prima prova di Claremont in merito a quella commistione di generi oggetto dell’articolo.

Per non rischiare di ingigantire oltre misura l’articolo  né per commetere il reato di appropriarmi in maniera diretta di analisi altrui vi rimando al link citato in fondo, ringraziando l’amico Edorado Gramigna/XDrake (e complimentandomi nuovamente con lui per l’ottima analisi di una non semplice tematica), che ha gentilmente concesso l’autorizzazione al riferimento  al suo post 38) RE DELLE OMBRE, FENICE ETC … Claremont e la Qabbala 1° parte : Fenice  nel topic “Claremont Untold Stories” dal forum Comicsworld (potete trovare il suo elaborato a questo indirizzo).

Un ulteriore punto di vista potete trovarlo anche sul nostro portale con l’articolo di Andrea Ruscito JEAN GREY E LA MUTAZIONE OMEGA

L’ADDIO DI BYRNE  E LA STERZATA MAGICO-HORROR: DRACULA, BELASCO, MAGIK E TEMPESTA

Le interessanti analisi di Edoardo Gramigna e Andrea Ruscito pongono dunque in evidenza che già dai suoi esordi il buon Chris avesse l’idea e la capacità di coniugare due ambiti così diametralmente opposti come lo sci-fi più puro e la mistica, principalmente ebraica visto il credo religioso dello scrittore. È però, per restare in tema, un matrimonio alchemico molto nascosto in profondità nelle storia e non facile da sviscerare al pari dei misteri della già citata Qabbalah, che X-chris riprenderà poi nel finale di X-Men: the end. Si tratta quindi più di un intermezzo fra la prima saga Shi-ar e “Giorni di un futuro passato”, un primo tentativo di Claremont di fondere i generi forse senza trovare il giusto equilibrio.

Con l’abbandono di Byrne, che ricordiamo aveva una rilevanza enorme nella stesura delle trame, la serie Uncanny X-Men subisce un evidente calo qualitativo ed è lo steso Claremont ad ammetterlo, attribuendolo ad una concomitanza di fattori: l’addio di Byrne, l’aver spremuto le idee al massimo, aver toccato vette magistrali e difficilmente ripetibili con Fenice Nera  e “Giorni di un futuro passato”. Come dice in una introduzione al secondo omnibus italiano degli X-Men ebbe bisogno di circa una cinquantina di numeri post byrne per tornare in sella, grazie anche all’aiuto della Simonson che lo invitò a scrivere “X-men/Teen Titans” e “Dio ama l’uomo uccide”, quest’ultima in particolare vero e proprio ritorno alla grandezza per X-Chris.

Già prima di questi due lavori è però evidente un cambio di stile, con una virata su tematiche horror e magiche che può ben vedersi come un escamotage per cavarsi da un empasse narrativa, del tipo “proviamo a scrivere qualcosa di completamente diverso per vedere se funzione e si riaccende la scintilla”. Ed in effetti poi ha funzionato.

Un primo esperimento in tale contesto può già farsi risalire ad Uncanny X-Men Annual 4, storia che vede gli X-Men scendere, apparentemente, addirittura nell’Inferno dantesco assieme al Dr. Strange per la salvezza di Nightcrwaler: con questa storia Claremont introduce per la prima volta nelle storie mutante la magia come comunemente intesa, quella dei demoni e delle streghe quali Amanda Sefton e Margali Zrados, rispettivamente sorellastra/amante e matrigna di Kurt Wagner.

Altri esempi del genere possono essere l’avventura di Ciclope contro il demone D’Spayre su UXM 144 immediatamente dopo l’addio di Byrne.

Lo scarto però dicevamo si consuma più tardi con l’arrivo sulle pagine X nientemeno del Signore dei Vampiri Dracula in una storia (UXM 159) con un’oscura atmosfera horror oppure l’avventura nel Limbo contro lo stregone Belasco (UXM 160) che segnerà irrimediabilmente la vita della giovane Illyana Rasputin/Magik, primo vero personaggio claremontiano a fondere la natura mutante con un oscuro retaggio magico in una fascinosa, seppur drammatica, nuova natura che la renderà uno dei più bei personaggi del serial New Mutants nonché chiave di volta di quell’ Inferno di cui parleremo più avanti.

Questi episodi segnano anche, fra parentesi, i primi tentativi di ridare smalto alla figura di Tempesta giocando sul conflitto donna/mutante/dea,  mostrandocela vampira con Dracula, anziana strega nel Limbo di Belasco o Dea Vendicativa contro il duo Arcade/Destino (UXM 145-147), senza contare il reprise della saga con Arkon (UXM Annual 5) sempre in salsa fantasy. Claremont però riuscirà a trovare la vera voce di una rivitalizzata Tempesta solo più avanti, per la precisione proprio quando riuscirà a sintetizzare quella perfetta alchimia fra i classici generi narrativi X ed una componente esoterica magica finalmente raffinata e convincente: le storie sopra citate hanno infatti un mood più horror (che avrà degli strascichi nella seconda saga spaziale contro la Covata  UXM 162-167), quasi lovecraftaiano, che magico, ed evidentemente non ancora contento, Claremont compierà uno step successivo spogliando il genere di questi orpelli letterari per ricondurlo ad una natura più astratta e pura, guarda caso sempre con Tempesta al suo centro.

GUERRE AD ASGARD: THE MIGHTY STORM E IL FANTASY MARVEL

L’epopea asgardiana di Alpha Flight, X-Men e New Mutants tenne banco sui rispettivi annual e special durante il 1985 trasportò i gruppi X nel reame di Thor mettendoli di fronte agli intrighi di Loki e dell’Incantatrice. Lasciando da parte la trama della storia, basti dire che i mutanti si trovano catapultati in un contesto magico a loro alieno quanto lo fu inizialmente la galassia Shi’ar in un’avventura che è un fiorire di fantasy e sword & sorcery, genere appena revitalizzato e reinventato in Marvel Style da Walt Simonson nella sua contemporanea ed apprezzata run del Tonante (oggetto di ristampa della Marvel Italia in due volumi formato Omnibus, di cui il primo è finalmente uscito questo Luglio dopo i due anni trascorsi dal suo annuncio) dalla quale Claremont si lascia completamente contagiare: giganti del ghiaccio e troll, elfi e nani, stregoni, uomini lupo, nere legioni di cadaveri ambulanti, cavalli alte e valchirie

Mai era successo nella vita editoriale di un fumetto Marvel che gli stilemi caratteristici di una testata venissero profusi con tale intensità in un’altra dall’appeal completamente diverso. Ancora una volta un Claremont che osa, che scommette, e vince, tenendo fede a quel “All New, All Different” peculiarità degli “eroi più incredibili di tutti i tempi”.

Va da sé che pur essendo una storia di genere abbastanza contenuta niente è lasciato a sé stesso ma  Clareomont fa tesoro di quelli che potrebbero apparire come semplici divertissement fantasy rendendoli tasselli fondamentali di quella evoluzione e trame che sta portando avanti da ormai dieci anni.

Il ruolo di Valchiria di Danielle Moonstar/Mirage sarà più di una semplice parentesi ma si trascinerà a lungo, facendo il paio con il percorso di dannazione di Magik in lotta con la propria anima oscura, nelle storie dei Nuovi Mutanti che da qui in poi (anche quando Chris lascerà il timone della serie a Luise Simonson) si alterneranno senza soluzioni di continuità fra lo sci-fi della Phalanx e di strambe avventure spaziali con la realtà ben più misteriosa e fatata del Limbo e di Asgard.

Chiusura per Tempesta con l’ultimo tentativo di Claremont di fare evolvere il personaggio ergendolo al ruolo di divinità. Dopo tre, quattro tentativi falliti in merito lo scrittore capirà l’errore di insistere su una strada evidentemente sbagliata e risolverà il tutto prendendo una direzione diametralmente opposta, ovvero l’umanità, in un’avventura nella quale finalmente riesce anche a fondere con eleganza i due generi narrativi finora sperimentati a compartimenti stagni su Uncanny X-Men.

SCIENZA E MAGIA: FORGE, GLI SPETTRI NERI, KULAN GATH E NIMROD, SELENE E L’ARCANO

L’obiettivo viene raggiunto da Claremont con la creazione di Forge, personaggio che coniuga la natura sci-fi di mutante  ed inventore di tecnologie futuristiche con il lato esoterico del suo retaggio di sciamano pellerossa. Sicuramente viene introdotto come personaggio di supporto alla storyline che vedeva l’atteggiamento del governo usa inasprirsi contro i mutanti a soprattutto come mezzo narrativo di contrasto per portare a compimento l’evoluzione di tempesta che inzia a tutti gli effeti nel famoso Vitamorte (UXM 186).

L’episodio infatti, illustrato dalle magiche matite di Barry Windsor Smith, è tutto incentrato su questi due personaggi legati a filo doppio da un rapporto di amore ed odio che durerà per tutta la gestione Claremont, ma senza voler approfondire la trama non oggetto di questa analisi resta da dire che funge da prologo per una serie di avventure che vedranno gli eroi mutanti, ed in particolare tempesta (vero centro aggregante e narrativo degli uomin X anni 80), alle prese con minacce dalle caratteristiche di genere sfumate.

Ecco dunque Claremont recuperare dalla serie Rom, gli Spettri Neri, razza deviante degli skrull che coniuga il lato alieno con una propensione alle arti magiche. I Dire Wraiths quì presentati sono infatti una sorta di streghe extraterrestri e la loro sconfitta sarà infatti ottenuta sia con l’uso della tecnologia di Forge e della biologia alla base dei poteri degli X-Men con un aiuto magico consistente nella stregoneria delle già citate Amanda Sefton e Magik, che quì rivela al resto del gruppo il suo retaggio magico. Negli episodi incriminati (UXM 187-188) poi Claremont preparà già la strada al crossover “La caduta dei mutanti”, con un’appena accennata, alla sua maniera, introduzione nel cosmo Marvel dell’esoterico Avversario, oggetto del paragrafo successivo.

Successivamente (UXM 190-192) si assiste ad un’alterazione di New York in uno scenario hyboriano da “Un’era mai sognata” ad opera dello stregone Kulan Gath. La storia ricorda (della quale ancora una volta si omette la trama per ragioni già spiegate) per certi versi a livello di ambientazione e mood Guerre ad Asgard, ma è interessante notare come lo sconquasso della realtà ed il suo ripristino secondo l’ordine naturale sia causa (secondo le profetiche parole del Dr. Strange:  “[…]Chi può dire che ripercussioni può avere?”) dell’arrivo di Nimrod, avanzatissima sentinella che tiene fede al suo nome in qualità di miglior caccia mutanti in circolazione dal futuro dal quale proviene, nel nostro tempo.

L’ evento magico quindi ha un effetto di puro stampo tecnologico, emblema di quella sintesi di generi ormai raggiunta da Claremont.

Ultima menzione per l’introduzione nelle storie di Uncanny della  Selene già avversaria dei New Mutants, personaggio anch’esso dalla doppia natura, al pari di Forge, in quanto strega psichica e dell’insobdabile Arcano (vedi l’epopea di Secret Wars), essere onnipotente di un altro universo, un vero e proprio Dio Cosmico, con i quali gli X-Men in compagnia della nuova Fenice Rachel Summers (progenie di Scott Summer e Jean Grey di un futuro alternativo) ingaggeranno uno scontro che echeggierà le atmosfere della prima saga di Fenice con gli stessi sottotesti cabalistici già descritti da Edoardo Gramigna nel suo articolo.

LA CADUTA DEI MUTANTI: L’AVVERSARIO, ROMA, ALTROMONDO (RICORDANDO CAPTAIN BRITAIN) E IL SEGGIO PERIGLIOSO

La Caduta dei Mutanti è una saga che costituisce per gli uomini X non solo un punto di arrivo per le numerose trame imbastite da Claremont nel corso degli anni ma anche starting point con il quale lo scrittore fonda un nuovo gruppo con un nuovo modus operandi, elevando i personaggi a leggenda.

Andando con ordine e restando in tema ci limiteremo a dire che la storia ha come fulcro lo scontro fra l’Avversario, primordiale Forza del Caos, in lotta contro gli X-Men per il destino di tutta la realtà. Ma se l’Avversario è un personaggio prevalentemente mistico bisogna puntualizzare che si innesta in uno scenario assai più sfumato, ovvero una fondazione della realtà che ha nelle sue basi un costrutto omogeneo di fanatscienza e magia, ovvero il reame di Altromondo.

Questo reame extradimensionale creato dalla coppia Lee/Kirby su Fantstic Four 54 come contoparte dell’arturiana Avalon venne successivamente recuperato dallo stesso Claremont (coadiuvato da Lee e Steranko) sulle pagine di Captain Britain 1 (1976) assieme a Merlino e sua figlia Roma, sue proprie creazioni. L’evoluzione dell’ambinetazione e dei due personaggi da un appeal tipicamnete medioevale per poi sfociare nello sci-fi, nel ruolo di guardiani del Multiverso, è però un processo successivo che viene portato a termine principalmente da Alan Moore nella sua gestione di Capitan Bretagna, ma bisogna sottolineare come già in origine lo stesso Claremont avesse pensato ad una dualità di genere, fin dalla famosa scelta alla quale viene messo di fronte un morente James Braddock: l’amuleto o la spada, segni non solo della pace e della guerra, ma anche rispettivamente della magia e della tecnologia.

Lo stesso Capitan Bretagna, a lungo scritto da Claremont sulla sua serie personale ma anche successivamente, proprio dopo Fall of Mutants, nella scanzonata Excalibur è un uomo diviso fra due mondi al pari di Forge, e proprio grazie  a questa sua natura ambivalente si deve il successo della testata dedicata alla costola inglese dei gruppi X, quella già citata Excalibur che graziata dalle matite, e poi anche dai testi, di Alan Davis (già abituato al personaggio di Capitan Bretagna grazie alla collaborazione con Moore sul personaggio), vivrà una serie di variegate avventure che sono nel cuore di ogni x-fan. Artefatto interessante presente nel serial e il Faro al quale si possono associare osservazioni già fatte sulla Fenice in quanto ad essa intimamente legata. Il lettore più curioso troverà facilmnete informazioni in merito in rete.

E’ sempre più evidente dunque come Claremont abbia sempre agito a cavallo di due universi narrativi, avendo l’idea di una sintesi di essi fin dalle sue prime prove sebbene fosse solo in potenza e non in forma, forma alla quale poi riuscirà a dare adeguata sostanza nel corso degli anni 80.

Per concludere il paragrafo si puntualizzano altri eventi a sostegno di questa tesi oltre quelli già citati in merito al contesto storico analizzato in queste ultime righe: Tempesta riesce infine a riottenere i poteri e sebbene la causa più evidente sia un congegno tecnologico di Forge appare riduttivo sminuire l’influenza di quel pellegrinaggio mistico vissuto sia sulla terra che sul mondo magico in cui è stata relegata dall’Avversario; Gli X-men come ricompensa per la propria impresa vengono ricompensati con una resurrezione dietro le quinte che ignorata dal mondo esterno li eleverà, come annunciato, a vere e proprie leggende, ma nuovamente l’effetto magico si fonderà con quello sci-fi in quanto l‘incantesimo dono di Roma renderà Wolverine e co. invisibili alle rivelazioni elettroniche.

INFERNO: LIMBO, PHALANX E CLONAZIONI

Il crossover del 1988, Inferno, fra l’altro prima prova (non pienamente superata, vi rimando alla lettura della rubrica Cerebro su gli GIXM39 BIS per un’analisi in merito) per il nuovo editor mutante Bob Harras, è un terreno fertile per una commistione di atmosfere con qualche tocco di umorismo. ancora una volta si rimanda l’approfondimento sulla saga ad altri lidi, preferendo far notare come  quel Limbo regno di Magik sia ancora una volta reame a doppia faccia: è sì un altrove infernale popolato da demoni di ogni sorta, S’ym (parodia del famoso Cerebrus di Dave Sim) e N’Astirh in primis, ma infettato con il virus transorganico della Phalanx in seguito ad eventi occorsi su New Mutants 50 sempre dello stesso Claremont. Ancora una volta Chris fonde i due generi antipodali per farne un intrigante scenari per le avvenure dei mutanti di casa Marvel.

Inferno serve inoltre dal punto di vista narrativo per risolvere quel pasticciaccio del dualismo Jean Grey/Madelyne Pryior complicatosi ulteriormente con la resurrezione dell’originale Marvel Girl (necessaria alla costituzione di quell’X-Factor parte integrante del crossover) e con la conseguente necessità di liberarsi alla fine del doppio della rosso chiomata x-girl. L’idea piuttosto banale di renderla un villain viene naturalmente dalla dirigenza ma Claremont con la solita arguzia ed intelligenza riesce a rendere il tutto meno forzato (grazie ad anche una lunga preparazione su Uncanny x-Men) e, al solito, sfumato nei contorni: Maddie è sì un clone di Jean Grey creato da Sinistro per perseguire i suoi misteriosi fini ma la sua evoluzione in Regina dei Goblin, legata a filo doppio con l’invasione demoniaca della Terra da parte del transmutato Limb0, rende tutto ancora più originale e ancora una volta è testimonianza di quella perfetta fusione di stili ormai pienamente raggiunta da Claremont.

Ormai questo sottotesto narrativo è ormai stato sviscerato appieno e come già avvenuto con la transizione di puro sci-fi del periodo Cockrum/Byrne e quella successiva fantasy/horror, Claremont compie immediatamente un ulteriore scarto di genere, seppur si mantengano inzialmnte nelle storie residui di quel binomio fantascienza/magia che ha tenuto banco per quasi tutti gli anni 80.

Una postilla: se volete leggere i piani originali di Claremont per Fall of Mutants o Inferno recuperate l’albo “30 anni di X-Men” di Mario Uccella e Domenico Cammarota, fondamentale testo di cronistoria mutante comprendente anche un bell’articolo sulle “Claremont’s Untold Tales”,  oppure il già citato topic sul forum Comicsworld:http://comicsworld.forumfree.it/?t=37115350.

DISSOLUTION & REBIRTH: I REAVERS, NIMROD/MASTERMOLD, IL SEGGIO PERIGLIOSO, PSYLOCKE E LE TERRE AUSTRALIANE DEL SOGNO

Come sopra anticipato il lungo arc Dissolution & Rebirth che traghetterà gli X-Men dal post Inferno fino a quella Seconda Genesi che si consumerà infine con il lancio della nuova testata X-Men by Chris Claremont/Jim Lee, prosegue solo in minima parte il solito binomio per poi virare su altre atmosfere ancora più sfumate, ovvero su pregnate onirismo di fondo.

Il dualismo sci-fi/mistico si esplica quindi in questo arc principalmente nel rapporto esistente fra prodotti tecnologici come i cyborg Reavers e le sentinelle Nimrod e Mastermold con un artefatto arcano al pari del Seggio Periglioso, dono della dea Roma agli X-Men dopo “La caduta dei mutanti”. Il mistico manufatto è ben più del gioiello che appare ma un tramite per accedere ad una realtà superiore di chiara ispirazione buddista attraverso la quale si è giudicati e restituiti al mondo con una nuova identità. Tutti gli X-Men varecheranno il seggio, volenti o nolenti, affrontando appunto quella dissoluzione e rinascita che da un titolo al periodo.

Senza voler approfondire la questione, che come altri argomenti al pari di evoluzione di personaggi come Tempesta, Magik ecc… che potrebbero tenere banco per pagine pagine di approfondimenti sono stati volutamente omessi da questa trattazione, si evidenzia come il Seggio si inserisce nel mood generale della serie costituendo l’artificio con il quale gli x-Men riescono a superare sfide decisive contro i cyborg Reavers o le sentinelle Nimord e Mastermold. Ancora una volta quindi, come per la questione Kulan Gath, gli aspetti sci-fi ed esoterico vanno a concorrere all’avanazamento e risoluzione delle trame in corso.

Da quì in poi Claremont abbandona come già detto questo dualismo di fondo e dipinge le avventura degli X-Men con pennellate di onirsimo, in un ciclo in cui sogni ed allucinazioni ne fanno da padrone. Una piccola eccezione, strascico del genere narrativo abbandonato, può vedersi solo nell’ultima scorribanda nella Terra Selvaggia contro Zala Dane oppure nella vicenda della rinata Psylocke/Lady Mandarin in cui l’aspetto spirituale delle visioni è mescolato con quello più tecnologico della realtà virtuale.

Dissolution & Rebirth è un arco narrativo molto lungo e complesso e si potrebbero scrivere pagine e pagine sulle trame, l’evoluzione dei personaggi, l’importanza storica per il successo anni 90 degli x-men e soprattutto per il sottotesto narrativo tutto incentrato sui sogni, tematica che è diretta figlia del soggiorno australiano degli uomini X: per gli aborigeni infatti esiste un legame diretto fra la realtà che possiamo toccare ed il sogno, origine di tutto ciò che è, e Claremont gioca su questo infarcendo le storie di sogni (Longshot), visioni (Dazzler), preveggenze (Psylocke) ed allucinazioni (Wolverine). L’argomento però esula dal principale tema dell’articolo che non necessita certo di una mole altrettanto massiva di informazioni ed analisi quindi si preferisce concludere quì, solleticando la curiosità del lettore (così da spingerlo a leggere anche quets’ultima  tranche di storie e magari proseguire questo articolo dove si è interrotto) con un estratto delle note di Luca Scatasta da GIXM che ben ne chiariscono l’atmosfera e i significati:

“Chris, infatt,i si lascia tentare dal gioco di camminare al limite fra il reale e l’irreelae, dal gioco di descrivere i fatti tramite metafore e sogni che nascondono quanto avviene in realtà, che “sono” quanto avviene nella realtà.[…]” [GIXM 40]

“Infine Wolverine reca con sè un cambiamento inaspettato e traina una nuova evoluzione del gioco narrativo fatto di sogni e allucinazioni, un gioco che ha dominato gli ultimi numeri. Questi due elementi ora acquistano una sostanza completamente differente rispetto al passato. dapprima solo sogni e preveggenze, quindi allucinazioni ed illusioni, indi (con Psylocke) una realtà virtuale nella quale agire e dalla quale essere trasformati/soggiogati nel mondo reale. Infine ed ora (con Wolverine) Claremont pare suggerire che il sogno può andare oltre: può essere vero, tangibile , nella maniera più estrema. […]” [GIXM 42 BIS]

Note che mettono in chiaro una volta per tutte l’estrema ricchezza narrativa, versatilità e commistione di generi che hanno reso gli X-Men di Claremont forse il miglior fumetto di supereroi mainstream fino ai primi anni 90.