WONDER GEOFF

Scritto da Elena Pizzi il 15 marzo 2010 in Flash e Fumetti DC Comics con un commento

WONDER GEOFF PARTE I

DC Leaguers traduce per voi una lunghissima intervista a Geoff Johns!

In attesa del Wonder Con, la celebre convention fumettistica annuale che si terrà a San Diego (California) all’inizio di aprile, il sito ufficiale della manifestazione propone una lunga e interessantissima intervista a una delle superstar presenti alla fiera, “Master” Geoff Johns.
DC Leaguers l’ha tradotta per voi, dividendola in più parti.

PRIMA PARTE: L’infanzia, l’incontro coi fumetti, le prime collaborazioni eccellenti e le “origini” della Rinascita di Green Lantern e di Blackest Night.

Comic Con: Qual è l’origine segreta di Geoff Johns?

Geoff Johns: L’origine segreta di Geoff Johns? Wow. Se ti riferisci ai comics, o a come ci sono arrivato, beh.. sono nato a Detriot, e cresciuto a Grosse Pointe e Clarkston, nel Michigan. Quando ero molto piccolo ho trovato una scatola di vecchi fumetti DC nel solaio della nonna. Ce n’erano anche alcuni della Marvel, ma con quelli non è mai scoccata la scintilla.. non so perché, ma ho sempre amato i personaggi DC. Mio fratello ed io trovammo questa vecchia scatola di fumetti che apparteneva allo zio, e non riuscivamo a staccarcene. Ci piaceva andare lì perché salivamo nell’attico e ci tuffavamo nella lettura dei fumetti… e ho semplicemente iniziato ad amare quei personaggi. Alla fine ho scoperto che c’era una fumetteria a Traverse City, verso nord. Una volta, in estate, io, mio fratello e la mia famiglia ci recammo lì, e tutto quello che io e lui facevamo era leggere e comprare vecchi fumetti. Ho cominciato a collezionarli, orientandomi verso la DC e, più avanti, la Vertigo. Disegnavo continuamente.

CC: Ricordi alcuni dei fumetti che erano nella scatola di tuo zio?

GJ: Oh.. Flash, Superman, Green Lantern, Batman.

CC: Ed erano fumetti degli anni 60?

GJ: Sì, degli anni 60 e 70. Ce n’erano alcuni con Metamorpho. I primi fumetti nuovi che ho comprato furono i numeri #3 e #4 di Crisi sulle Terre Infinite, ne avevo qualcun altro, ma ho cominciato la mia collezione con quegli albi, oltre a Flash #348 o 49… e Flash è il mio personaggio preferito. In quel momento avevo appena iniziato ad immergermi nel mondo dei comics. Non capii Crisis, ma mi piacque perché c’erano tantissimi personaggi.

CC: Sei rimasto colpito dalla morte di Flash?

GJ: Sì, ma ero così giovane che me ne feci una ragione. Wow, non ci potevo credere… era la cosa più pazza che avessi mai letto. E non appena Wally West indossò il costume, ne fui conquistato. Da piccoli si è più aperti ai cambiamenti, e così, semplicemente, sono andato avanti. Mi piaceva così tanto Flash. Ero stremato dall’attesa quando Flash #1 uscì, l’ho aspettato a lungo. Un mio amico venne sotto la mia finestra, io gli diedi 75 centesimi per andarmi a compare l’albo e lui me lo riportò, è uno dei miei primi ricordi riguardanti i comics. Ho amato il mondo dei fumetti e poi quello del cinema, sono andato all’università e poi mi sono trasferito a Los Angeles, dove ho lavorato per Richard Donner.

Ho raccontato questa storia tante volte: chiamai il suo ufficio dato che era il mio regista preferito. Aveva diretto Superman, I Goonies e un sacco di bei film. Trasferirono la mia chiamata, nessuno mi voleva parlare, e io stavo cercando di ottenere uno stage. Per caso lui rispose al telefono e disse “Pronto” con la sua voce profondissima. Io gli dissi che volevo fare uno stage, così lui mise giù il telefono e lo sentii urlare “Fate fare uno stage a questo ragazzo!” e tutti mi risposero simultaneamente. Mi disse che potevo andare lì il giorno successivo dato che un altro stagista se n’era appena andato, e io ovviamente accettai di corsa. Così andai, e indossavo una cravatatta. Senza sapere come, stavo entrando alla Warner Brothers, e per me era davvero incredibile. Lavoravo in ufficio e trascrivevo le sceneggiature, X-Men era in lavorazione e c’era grande entusiasmo, da parte mia e di tutti, intorno al progetto. Fui assunto dopo due mesi, teoricamente ero un “assistente di produzione”, ma di fatto ero un “runner”, cioè effettuavo consegne tutto il giorno, in giro per la città. Ciò mi ha permesso di conoscere molto bene Los Angeles. Nell’estate del 1996 mia sorella morì in un incidente aereo, e ovviamente fu un momento davvero difficile per me. Quando successe non capivo nulla, ero in uno stato di shock.
Donner mi pagò il biglietto per tornare a casa, un amico mi accompagnò, e tutti si preoccuparono per me.. fu molto bello. Compresi di essere fortunato a lavorare per persone come loro.
Alla fine tornai al lavoro, e poco dopo divenni il suo assistente personale. Mi tasferii a New York e girammo un film initolato Conspiracy Theory. Donner invitò i miei genitori sul set e li fece partecipare al film! Era davvero un grande.  Lavoravo 90 ore alla settimana, ma è lì che ho conosciuto Eddie Berganza della DC Comics, e ho cominciato ad entrare in questo mondo. Incontrai Eddie quando stavamo girando a NY. Non sapevo cosa facesse davvero, probabilmente era un editor all’epoca, forse un associate editor, e io ero solo un assistente. Avevo 22/23 anni. Loro vennero sul set perché era un film della WB, e io non smettevo mai di parlare della DC! Eddie mi invitò nella sede principale, feci un giro e parlai con un sacco di gente… mi sono divertito un mondo. Mi disse di proporre le mie idee, se ne avessi avute, e circa un anno dopo finalmente (ero stato totalmente assorbito dal film) ebbi il tempo di farlo. Cominciai a lavorare sulla serie DC Stars and S.T.R.I.P.E. (proposta di recente in versione integrale dalla Planeta De Agostini) con Chuck Kim come editor, che qualche anno dopo sarebbe diventato lo scrittore di Heroes. Gli piacque e fu approvata subito dalla dirigenza. Poco tempo dopo incontrai David Goyer e James Robinson, che all’epoca stavano scrivendo la JSA. Robinson diede un’occhiata a Stars and S.T.R.I.P.E (devo molto sia a lui che a Mike Carlin per avermi fatto da guida in questo mondo) e mi chiese se volevo co-scrivere la JSA. Il mio desiderio era entrare sempre più nel mondo dei fumetti, e un paio d’anni dopo (lavoravo con Donner da 4) successe. Divenni uno scrittore a tempo pieno.

CC: Chi ti ha influenzato maggiormente, come scrittore?

GJ: E’ molto strano, dato che il mio mix di influenze è molto moderno e allo stesso tempo molto anni 60, dato che da piccolo leggevo quelle storie. Devo citare assolutamente Gardner Fox e John Broome, ma col tempo ho cominciato a prestare attenzione a chi scriveva i fumetti: adoravo Mark Waid, Grant Morrison, tutte persone con cui lavoro adesso. Keith Giffen, John Ostrander…Ostrander è stato uno di quelli che mi ha influenzato maggiormente, la sua Suicide Squad ridefinì il mio concetto di supervillain. Poi ci sono Marv Wolfman ovviamente, Alan Moore, Peter David. David è stato il primo scrittore che ho “cercato” nei fumetti, mi ricordo che si trattava di un numero di Hulk Gray, il #334 o qualcosa del genere. Finii di leggerlo e pensai “chi è lo scrittore?” e trovai il nome Peter David nei credits.. per la prima volta mi interessai a chi scriveva un fumetto, fino ad allora mi erano interessati solo i personaggi. Così cominciai a seguire i miei preferiti: Peter David su Aquaman, e leggevo qualsiasi cosa scritto da Morrison e Waid. Successivamente Robinson divenne un punto di riferimento grazie a Firearm, Starman, The Golden Age.
Oh, e  Karl Kesel. Cielo, su Superboy fu grandioso. Adorai il rilancio di Flash di Mike Baron, e la Justice League di Giffen. John Stewart all’epoca, quando compravo Green Lantern., era Lanterna Verde.
Ricordo di aver comprato un numero della Justice League con Gypsy e Vibe, e non sapevo praticamente chi fossero questi personaggi, ma in quel momento fui veramente rapito dai fumetti. Se avessi cominciato cinque anni prima forse non ne sarei stato catturato, dato che quello era un momento di rilanci (Flash, Man of Steel di Byrne, la Justice League appunto, tutti partiti dal numero #1) e fu molto facile per me. L’era post-crisis era ricca e vivace, compravo un sacco di albi, c’era una serie nuova ogni settimana. E poi debuttò la Justice League Europe. Bart Sears era in assoluto il mio artista preferito.

CC: Hai mai lavorato con lui?

GJ: Mai. Non so nemmeno cosa stia facendo ora. Una volta andai ad una manifestazione a Novi, Michigan, e lui era lì con Graham Nolan. Avevo 16 o 17 anni anni, e ricordo di essere stato lì a parlare con lui per 3 ore. Era così gentile, un artista incredibile. La Justice League Europe era davvero bella e divertente. Divertente e drammatica allo stesso tempo.. ben fatta davvero.

CC: Nel corso degli anni hai scritto tantissimi fumetti per la DC, Blackest Night inclusa. Da dove è nata l’idea? Si trattava semplicemente di una storia di Green Lantern, all’inizio?

GJ: Tutto è iniziato con Green Lantern Rebirth. Ricordo di essermi seduto in ufficio e aver pensato che mi mancava un pezzo della trama di Rebirth. Non volevo solo scrivere la storia di un tizio che aveva ucciso un sacco di gente, e, tornato in vita, aveva una seconda possibilità. Non doveva essere una storia di redenzione, perché Lanterna Verde è un fumetto in cui si racconta la sconfitta della paura. Bisogna vincere la paura. Per cui ho continuato a pensare a Parallax, e a quel punto ho deciso che si trattava di un’entità basata sulla paura. Così ho cominciato a collegare emozioni e poteri: se il verde è la forza di volontà, il giallo è la paura… ha un senso. Ho pensato al momento in cui, in Emerlad Twilight, Hal Jordan entra nella batteria centrale, per poi uscirne coi capelli grigi e in preda alla follia. I suoi capelli mi sono sempre sembrati un “segnale” di questa paura. Ti spaventi a morte, e i tuoi capelli diventano bianchi. E tutto quadrò.

L’impurità gialla non era mai stata analizzata, così ho pensato potesse essere un’entità vivente, incarnazione della paura, che era poi stata imprigionata. Ho cominciato a pensare alle batterie del potere che “raccolgono” le emozioni che noi (e tutti gli esseri senzienti) proviamo: questi poteri e lo spettro delle emozioni fanno parte della nostra vita. Non siamo solo forme di vita, ma proviamo emozioni che riverberano nell’universo. Si può entrare in una stanza e percepire la rabbia di qualcuno, dato che questa persona emette questa sorta di vibrazione. Ho pensato di raggruppare questi poteri dando vita ai diversi colori e allo spettro delle emozionioni, con le Lanterne Blu, Rosse e tutto il resto, rendendo le Star Sapphires una forza cosmica guidata dall’amore.

Ho pensato alla possibilità di una guerra, perché le emozioni sono in continuo combattimento dentro di noi. E cosa può cancellare le emozioni? La morte. La morte spazza via tutto. Non importa se sei felice, triste, arrabbiato.. succede e basta. Ho ritenuto che la battaglia finale tra le emozioni e la morte potesse essere Blackest Night. Da qui ho poi pensato agli anelli neri che avrebbero guidato i morti, e l’idea dei corpi che si risvegliavano nei cimiteri della Terra guidati da questa forza oscura era molto forte, viscerale. Sinestro ha detto qualche volta che le Lanterne Verdi possono vincere la paura, ma per quanto riguarda le altre emozioni, sono come tutti gli altri. Noi combattiamo con le emozioni, e Hal Jordan ad esempio le nasconde. Lo fanno anche i Guardiani, così tanto da allontanarsi dall’umanità. E quando lo facciamo anche noi, ci laceriamo internamente, e la nostra vita comunque ne è influenzata in altri modi. E’ diventata un’analogia e una storia riguardante le nostre emozioni, per cogliere l’essenza di Lanterna Verde. Dobbiamo affrontare la paura e vincerla a ogni livello. Siamo immersi nelle emozioni: a volte siamo Lanterne Blu, altre volte Rosse, a volte persino Sinestro. La gente si può relazionare con questi simboli, è divertente.. e anche se si tratta di personaggi alieni, è facile entare in contatto con loro.

La paura blocca tante persone, ma è importante vincere le proprie paure e superarle. La paura non è reale, è un istinto di sopravvivenza, ma molte delle cose di cui abbiamo paura non determinano la vita o la morte.

Restate con noi per leggere la seconda parte!

A cura di Elena Pizzi


Informazioni sull'autore

Elena Pizzi [Selina Kyle]Abita da tempo a Gotham City, anche se desidera volare per tutto l'universo insieme ad Hal Jordan. Spesso gioviale e sorridente, a volte è inaspettatamente solitaria, ma costantemente alla ricerca di ciò di cui sono fatti i sogni, cioè ciò che giace, spesso sepolto, in fondo a noi stessi. Non rinunciate mai alla forza delle vostre passioni.Leggi tutti gli articoli di Elena Pizzi