Fables: Il buon principe

Scritto da Giuseppe Urso il 30 settembre 2010 in Fumetti DC Comics e Vertigo & Wildstorm con nessun commento

Copertina

Testi: Bill Willingham
Disegni: Mark Buckingham, Steve Leialoha, Aaron Alexovich, Andrew Pepoy
Edizione Originale: Fables – the good prince
Edizione Italiana: Planeta DeAgostini, € 15,95

L’abbiamo desiderata, immaginata, a gran voce richiesta… Ed infine siamo stati accontentati: la guerra è finalmente scoppiata! O meglio, una “non guerra”, e non tra l’Impero e Favolandia…
La scelta di Bill Willingham è bizzarra, volendo anche paradossale. Dopo averci per anni preparato allo scoppio di un’epocale battaglia tra l’Avversario e le Fiabe esuli, lo scrittore ci dirotta adesso verso una dimensione dove non è la spada a parlare, bensì l’anima. Mentre le prime frecce vengono incoccate, ad essere ricercato è il potere della compassione e della non-violenza. Sull’orlo del baratro s’invoca la speranza della pace. E’ un quadro che spiazza, la cui trama, centro nel personaggio dell’Acchiappamosche, si propone forse di far riflettere, aprendo la strada a letture che possano andare al di là della solita scenografica battaglia.
Che Willingham abbia voluto fare del proprio fumetto uno strumento per pubblicizzare alcune delle sue posizioni in merito a controversi temi dei nostri giorni è ormai cosa risaputa. Fiabe in esilioLupi, più di altre, hanno rappresentato il più chiaro esempio di questo “utilizzo politico” della saga. Lì la posizione pro-Israele, fulcro del pensiero dello scrittore, si palesa in tutta la sua (condivisibile o meno) forza.
Favolandia è una Israele, legittimata quindi a difendersi e contrattaccare alle mire espansionistiche di quei paesi vicini che vorrebbero invece cancellarla dalle mappe.
Fables: il buon principe, con i suoi nove capitoli, ancora una volta disegnati da Mark Buckingham, potrebbe ora costituire un ulteriore passo in avanti, con l’introduzione di un tema, quello religioso, che sempre ha saputo fornire un ottimo sostegno ad una qualsivoglia crociata.

La campagna di Re Ambrose, al secolo Acchiappamosche, custode e tuttofare del Bosco, la cui vittoriosa impresa ha portato alla riconquista pacifica di un lembo di territorio interno all’Impero, concorrerebbe infatti a fornire quel giusto e sempre gradito tocco di sacralità all’impresa bellica.
E’ il debole che, protetto da una forza divina saggia e benevola, riesce a vincere sul più forte, riottenendo quel che per diritto gli apparteneva. A renderla giusta, o comunque a farla apparire tale, provvede il suo carattere non violento e caritatevole, con un vincitore pronto ad accogliere amorevolmente il vinto nel proprio gregge.
O forse, è giusto dirlo, niente di tutto questo è vero. Nessun utilizzo strumentale dello scrittore, con noi che cadiamo nell’errore di leggere ormai ogni suo scritto, scena o dialogo, in funzione di quelle idee politiche altrove chiaramente espresse.
Ciò che però è ben palpabile, chiaro anche ad occhi pochi avvezzi alla serie, è l’alone di profonda religiosità che pervade la trama di questo nuovo capitolo delle fables di Willingham
Il buon principe appare infatti come una lunga e sentita metafora evangelica della salvezza dell’uomo, in grado, grazie alla propria fede ed alla bontà del Divino, di accedere al Paradiso Terrestre dopo aver percorso un cammino di fiducia, sofferenza e sopportazione della condizione umana.
Solo questo è il lungo peregrinare del principe Ambrose, sulla cui bocca Willingham mette svariate battute che lo trasformano davvero in un novello Cristo che guida le anime dei peccatori verso la resurrezione e, quindi, il Paradiso.
In Fables: il buon principe, prima ancora che una storia a fumetti, c’è un messaggio religioso ben preciso. Una storia utilizzata come mistero e (forse) professione di fede.

Ma cosa accade con esattezza ne Il buon principe?
Spinto alla riscossa dallo spirito in cerca di redenzione del Lancillotto, il mite Acchiappamosche, riconquistata ora la memoria del proprio passato, riesce a dar vita ad un regno paradisiaco all’interno delle terre dell’Imperatore, sconfiggendo, senza versare alcuna goccia di sangue, ogni esercito da questi mandatogli contro.
Ambrose rompe brutalmente con tutti quegli schemi fino a quel momento presentati. Si distanzia quanto più possibile non soltanto dagli altri protagonisti di Fables, continuamente impegnati a scendere a compromessi con la vita, quanto, addirittura, da quello stereotipo di eroe oscuro e violento tanto in voga nell’odierno mercato dei comics.
Ambrose è un eroe puro, incarnazione di un bene disinteressato che va al di là di ogni possibile contaminazione. Incisive a tal proposito le parole che Boy Blue gli rivolge: “Tu sei l’unica fiaba che conosco che non doveva farsi perdonare, nascondere o assolvere nulla [nd. – dall’amnistia post-esilio]. Ecco perché non ti insegnerei mai a sporcarti le mani di sangue… anche se fosse necessario. Cosa ti fa pensare che insudicerei l’unica fiaba per bene in mezzo a noi, l’unico uomo che ammiro senza riserve?
Dati i presupposti, non sorprende certo la scelta di Willingham di ricorrere al ciclo arturiano per far da sfondo alla storia. Un complesso di leggende per antonomasia epiche e pure, un periodo leggendario nel quale onore, fratellanza e devozione erano alla base di ogni umano e cavalleresco agire.  Un mondo privo di macchia e peccato.

Certo, l’intera vicenda della conquista e creazione del Regno di Oasi (questo il nome del piccolo e nuovo staterello sorretto da Ambrose) ha anche un suo scopo narrativo ben preciso: decimare le forze dell’Avversario in vista della definitiva lotta contro Favolandia. Uno scontro che ormai non può più essere rimandato ed al quale Willingham stesso non può sottrarsi.
La guerra non è più alle porte, la guerra è scoppiata. Tutto ciò che bisognerà fare per gustarne ogni zampillo di sangue è aspettare il prossimo capitolo.

Who’s who

(Ovvero un breve identikit delle fiabe qui, per la prima volta, apparse).

Lancillotto

Immagine di LancillottoL’ufficio direzionale del Bosco, la sala adibita all’utilizzo da parte del sindaco e del suo vice, è una sorta d’immenso magazzino con dentro stipate immense quantità di oggetti tra i più strani e pericolosi.
Appesa tramite una forca ad una grande quercia, si trova da secoli un’armatura stregata, da tutti conosciuta come il Cavaliere Rinnegato, una fiaba la cui storia è immersa nel più fitto mistero.
Willingham ci presenta questo strano personaggio fin dai primissimi numeri della serie, limitandosi però a fornirci quante meno informazioni possibili. E’ un’armatura maledetta in grado di pronunciare di tanto in tanto qualche arcana e sempre nefasta profezia.
In Fables: il buon principe, il mistero finalmente si dipana.
Stando alla versione classica del mito, generalmente ripresa in tutte le sue successive incarnazioni, Sir Lancillotto del Lago, il cavaliere più famoso del ciclo arturiano, dopo il tradimento perpetrato ai danni di Artù, famosa la relazione con Ginevra, e la successiva caduta di Camelot, si sarebbe ritirato penitente in monastero, morendo qualche tempo dopo in odore di santità.
Interessato a fornirne un quadro più drammatico, Bill Willingham opta allora per una differente conclusione, facendo del cavaliere un suicida, impiccatosi per non dover convivere con quell’onta. La ricerca della redenzione sarà il motore che darà il via al viaggio dell’Acchiappamosche.
Immagine di LancillottoUniversalmente conosciuto come uno dei più valorosi cavaliere della Tavola Rotonda, la cui fama è pari soltanto a quella di Re Artù o di Merlino, Lancillotto gode però di una genesi alquanto curiosa, non essendo infatti presente nell’opera di Goffredo di Monmounth, l’ecclesiastico inglese autore della Historia Regum Britannie, cronaca in latino composta a partire dal 1136, che diede i natali, in una fusione di leggende già preesistenti e nozioni storiche, al mondo arturiano.
Sarà piuttosto il poeta francese Chretien de Troyes, tra il 1170 ed il 1180, a crearlo per Lancillotto o il cavaliere della carretta, romanzo in francese antico, dando così inizio a quel fortunato mito che andrà ad unirsi retrospettivamente alle avventure narrate da Goffredo.

Generale Ildebrando

A guidare il primo esercito dell’Impero incaricato di spazzare via quel Regno di Oasi da poco autoproclamatosi quale stato regnante, l’Imperatore invia il Generale Ildebrando, illustre condottiero imperiale che può vantare altisonanti titoli quali: principe terriero di Urmal Kaparen, lord protettore dei gradini di Yrconian, dittatore della frontiera ovest e comandante in capo dell’illustre XVI orda (cit.).
Immagine di IldebrandoIl personaggio potrebbe derivare direttamente dal folclore germanico/scandinavo, essendo presente in alcune tra le più famose composizioni antiche di quest’ampia area culturale. Tra tutte spicca senz’ombra di dubbio La canzone dei Nibelunghi, un poema di autore ignoto composto tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo.
In questo componimento, che narra la tragica sorte dell’eroe Sigfrido e dei successivi piani di vendetta della moglie Crimilde, tal Idebrando è un vassallo di Attila, re degli Unni e secondo marito della regina, macchiatosi sul finire dell’opera dell’assassinio della donna.
Un altro Ildebrando appare invece nella Canzone di Ildebrando, componimento in realtà ben più antico del precedente in quanto composto, si pensa, nella prima metà dell’800. Qui, protagonista è un vecchio maestro d’arme del re Teodorico, tal Ildebrando appunto, costretto a fronteggiare sul campo di battaglia lo stesso figlio che aveva lasciato in fasce moltissimi anni prima. Curiosamente, la prima edizione moderna della Canzone si deve a quei Fratelli Grimm che tanto materiale hanno fornito a Willingham per la sua serie.
Qualunque sia la vera fonte sulla quale il generale Ildebrando si forma, il destino non gli è certo favorevole. Di lui, dopo la sconfitta, non abbiamo più notizie, ma, vista la sorte imposta dall’Imperatore a quanti abbiano fallito nella missione di spazzar via Oasi, è probabile credere che sia andato incontro alla morte.

Troll

Leggere Fables: il buon principe è come leggere una parabola o, comunque, una storia dal sapore biblico, il cui messaggio sembra voler colpire più l’animo del lettore che la mente.
L’intera trama è un continuo rimandare ad episodi di carattere religioso; si chiama così in causa il tradimento di Giuda, la resurrezione delle anime e, nel nostro caso, la lotta tra Davide e Golia, i cui ruoli sono qui rispettivamente recitati da Ambrose e dal Troll Tritatutto, uno dei più feroci campioni della XVI orda. In un simile contesto, pregno di messaggi morali, il richiamo è del tutto spontaneo.
Immagine del TrollSconfitto da Ambrose, il neo-Golia non è però ucciso, bensì amorevolmente accolto all’interno di Oasi e perdonato. E’ il messaggio d’amore del Nuovo Testamento che sostituisce la durezza del Vecchio.
Di troll, in Fables, ne avevamo già visti, ma tutti di sfuggita, semplici comparse durante le panoramiche sull’esercito dell’Avversario. Il Troll Tritatutto è così il primo di questi esseri a recitare una parte più corposa.
Protagonisti quasi onnipresenti dei racconti mitologici norreni, i troll hanno visto diffondere già in epoche antiche la loro fama al di fuori della Scandinavia, andando ad abbracciare l’intera Europa settentrionale.
Nonostante il mutare di determinati aspetti da paese a paese, da storia a storia, esistono però delle caratteristiche generalmente riconosciute da ogni versione. I troll sono infatti esseri dall’aspetto mostruoso (al quale naturalmente si accompagna un’anima turpe e maligna) e si mostrano estremamente deboli alla luce del sole, ridotti in pietra al primo raggio.
Altre caratteristiche dipendono invece dal contesto nel quale essi vengono utilizzati. Se, cioè, protagonisti di cantate epiche e poemi eroici, il cui ruolo è quello di perfidi esseri cannibali destinati a soccombere sotto la spada dell’eroe, o in racconti popolari e folcloristici. In quest’ultimo caso, i troll assumono spesso le sembianze di spiriti dispettosi ed ingenuamente cattivi, dediti perlopiù a sostituire i neonati umani con appartenenti alla propria razza, o rapire giovani fanciulle alle quali affidare le quotidiane faccende delle loro grotte.


Informazioni sull'autore

Giuseppe Urso [Cappellaio Matto]Teinomane patologico, collezionista compulsivo di inutilità, ospite occasionale dell'Arkham Asylum. Non proprio una bella persona, insomma. Con la testa perennemente rivolta al passato, sogna un futuro da rigattiere. Nel frattempo, trascorre le sue giornate a guardare documentari su History Channel, organizzare tea-party e prendere qualsivoglia decisione dopo un bel tiro di dadi.Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Urso