Superman Returns

Scritto da Marco Cecini il 31 agosto 2009 in Cinema, film e animazione e Fumetti DC Comics e Superman con nessun commento

superman-returnsGenere: azione, supereroi
Regia: Bryan Singer
Soggetto: Bryan Singer, Michael Dougherty e Dan Harris, basato sul personaggio creato da Jerry Siegel e Joe Shuster
Sceneggiatura: Michael Dougherty, Dan Harris

Questo non è un film come tutti gli altri.

Non è un blockbuster, né un film d’intrattenimento. Non si propone di divertire il pubblico, né si rifà ad una determinata epoca fumettistica. Proprio il fatto di non essere ben definibile sottopone il prodotto finale a un giudizio dicotomico, che può spaziare dalla critica più feroce all’apprezzamento estatico. Superman Returns si colloca a metà strada tra il remake/omaggio alle epocali pellicole di Reeve e il tentativo di una nuova interpretazione del personaggio di Superman. È in particolar modo la nuova “visione” che il regista Bryan Singer dà dell’Uomo d’Acciaio a fare di questo film un capolavoro per chi scrive, e un unicum per la storia cinematografica del personaggio.

CAST E PRODUZIONE

Prima di tutto, le questioni tecniche. Le scene d’azione sono poche, ma lasciano il segno… la potenza dell’immagine, la suggestione delle inquadrature, l’equilibrio nell’uso degli effetti speciali, tutto lascia vedere come si abbia a che fare con un essere talvolta quasi “divino”. La maestosità con la quale egli vola, blocca, schizza via, plana, scende a terra… è l’austerità imperiosa di un re, di un dio, ma non è mai scevra da quel sorriso timido e gioviale, forse anche triste.
Il film regala emozioni particolari, un viaggio verso il passato ma edulcorato da effetti speciali sorprendenti e da una regia davvero impeccabile che raffigura un Superman pomposo, specialmente attraverso la scelta stilistica di alcune stupefacenti inquadrature e virtuosismi registici.

Brandon Routh, ex modello e attore alla prima performance, dà una pregevole interpretazione di Clark/Superman. Insuperabile nelle pose plastiche da Superuomo, nelle quali il suo talento di modello viene fuori, fornisce comunque un’ottima prova anche nei panni del timido ed imbranato Clark Kent. Il suo viso bonario, la mascella prominente, il sorriso dolce, quasi malinconico… Routh è il volto del Superman del nuovo millennio.
superman-returnsLa sua recitazione omaggia in maniera palese, per volontà probabile dello stesso Singer, quella del compianto Reeve. Il sorriso, stavolta malizioso, di Supes richiama la stessa ironia, la stessa fiducia in se stesso che avevano fatto da trademark per le indimenticabili versioni di Reeve.
L’unica cosa che si può forse dire a discapito di Routh è che, a differenza del suo illustre predecessore, la contrapposizione Clark/Superman appare meno netta e più sfumata… il suo Clark non è poi così rudemente campagnolo e goffo come lo era quello di Reeve.
Inoltre è un Superman che al cospetto delle persone è meno “smaliziato” e più pronto ad arrossire per un complimento, tipico del bravo ragazzo di campagna con sani valori radicati nel cuore. Sicuramente differente, nella resa se non negli intenti, dall’arrembante Superman di Reeve. A voi scegliere se ciò costituisca un pregio o un difetto.
Per essere tuttavia alla sua prima apparizione in un grande film, penso si possa convenire nel dire che se l’è cavata più che egregiamente… Routh è Supeman, come già un tempo lo fu Reeve.

Il Luthor di Kevin Spacey è un evidente omaggio alla performance di Hackman… Un Luthor brioso, pazzo, troppo appariscente. Si sarebbe forse preferita l’interpretazione meno effervescente e più fascinosamente machiavellica di Smallville, mentre in suo luogo si è scelto di adottare lo stesso personaggio scritto nei vecchi film, a metà tra il grottesco e il malvagio dalla mente eccezionale. Così come nelle pellicole precedenti dedicate al kryptoniano, una nota di demerito è costituita dalla “cricca” di Luthor, a volte inguardabile, seppur migliore di quella del ‘78. Un criminale di quello spessore avrebe dovuto forse essere reso con maggiore credibilità.
Lex qui non è un magnate, non è un politicante, e considerando che dal 1986, anno della “riscrittura byrniana”, tutti siamo ormai abituati a vedere in Lex il grande industriale che diverrà Presidente degli States, questo costituisce una pecca non da poco. Contrariamente al ruolo che la sceneggiatura ha ritagliato per lui, Spacey si dimostra invece sublime nelle movenze e nel suo “gigioneggiare” nei panni di Luthor, personaggio adattissimo alle sue caratteristiche da attore di talento. L’omaggio ad Hackman da parte di Spacey non assume mai i contorni del plagio, imita ma non copia, suggerisce ma non dice. Incredibile inoltre la sua resa dell’odio smisurato che il personaggio prova verso Superman e tutto ciò che egli rappresenta, attraverso una recitazione paranoica e malata, tesa a esprimere l’esasperazione di un uomo che non accetta che un dio possa essergli superiore.
In sintesi, ottima la performance di Spacey, da rivedere l’interpretazione del personaggio, troppo legata ai vecchi film ed alle atmosfere Pre-Crisis.

Poi è il turno di Kate Bosworth. Fisicamente può convincere: un viso teneramente dolce ammantato da un’agguerrita determinazione. Il punto è che milioni di appassionati in tutto il mondo e in tutte le epoche hanno amato la Lois irriverente, spregiudicata, altezzosa, fiera, caparbia, quasi una “nemesi” per la morale del marito, spesso ritenuto un eccesso di perbenismo e di bontà, deriso con nomignoli quali “boyscout” o “Smallville”, neanche troppo velatamente tesi a sottolinearne il retaggio campagnolo. Nel film appare invece una Lois piuttosto timida e mogia,  sicuramente non quella che siamo abituati a vedere dalle pellicole precedenti.
Ci piace pensare che questo suo “cambiamento” sia più che altro dovuto alle circostanze descritte nel film, non troppo pertinenti all’attuale continuity fumettistica.
Lois convive, è una madre, ha perso l’uomo che amava. Probabilmente si può ritenere tutto ciò abbastanza scioccante da far sì che anche il carattere più ferocemente passionale possa mitigarsi. In generale nel film Singer salva le atmosfere delle vecchie pellicole, in una Metropolis che si delinea come una perfetta sintesi fra New York e la surreale cittadina del fumetto. Metropolis come costumi e ambientazioni è un ibrido tra anni ’40 (ricordati nelle acconciature, nel vestiario) e contemporaneità (cellulari, tecnologia), unico compromesso possibile per salvare ancora una volta il “ricciolino” di Superman nella modernità. Il fatto è che, cercando di non dimenticare il passato pur tracciando una propria via, Singer rende il suo film un ibrido che non compie una scelta completa. Questa che per alcuni può risultare una scelta di dosato equilibrio, per altri può segnalarsi come l’ambiguità di un’opera compiuta a metà.

Le scene realmente suggestive non mancano, e alimentano le note positive del film. Superman viene umiliato e picchiato a sangue, mentre continua a gridare al mondo chi è e cosa rappresenta, per poi finire accoltellato.
Trae nuovo nutrimento e linfa vitale da quel sole della speranza che mai smetterà di scaldare il cuore di chi crede. Bellissima sequenza. Solleva un intera zolla tettonica di Kryptonite e poi ritorna a terra, potente come un meteorite ma inerme e fragile come una foglia morta, in una delle scene più belle e suggestive che si siano mai viste in un film di supereroi. Queste sono metafore degne della sensibilità di un grande regista. Il ricovero in ospedale sembra improbabile, ma Singer riesce a renderlo credibile. Gustoso il siparietto di Luthor sulla sua isola sperduta. La scena finale padre-figlio è tenera e ricca di pathos, emoziona con i valori buoni e onesti della vita, che talvolta sembrano perduti nella moderna società, e non è poco… Degne di nota la scena della rapina alla banca sventata senza una goccia di sudore e la citazione della copertina del famoso Action Comics #1, con l’Uomo d’Acciaio che tiene sospesa sopra la testa un’automobile.
Le citazioni a Batman sono assolutamente impossibili da non cogliere, e sono due. Si cita la città di Gotham ed uno strano “pagliaccio killer” in quella città, che è lecito supporre sia il Joker.

In conclusione, è difficile dare un voto a un film del genere, perché molto dipende dalla sensibilità peculiare di ognuno di noi. Il mio personalissimo voto alla fine di questo dossier è piuttosto alto, ma proprio in virtù della mia percezione della vita, che ho trovato rispecchiata nel film.

LA TRAMA

Sin dall’inizio si pone l’accento su quel che sarà il film: un tentativo di portare alla luce la reale essenza della storia di Superman, al di là delle sue imprese spettacolari e delle sue acrobazie, al di là dei suoi nemici e dei loro diabolici piani. Superman è una storia di amore e di eredità, è una storia sul senso della vita.
Quella stessa vita che ormai per gli abitanti di Krypton, depositari di una civiltà insuperabile e fredda, ha perso ogni significato. Il calore dell’esistenza, la cordialità, l’affetto, le primitive forse, ma così necessarie, actioncomics1manifestazioni emotive dell’uomo sono per Krypton dei fossili cui è difficile credere. Il film comincia con il desiderio di un uomo, Jor-El, di poter conoscere la vera vita attraverso una parte di sé stesso, quel figlio sfuggito alla distruzione del pianeta e destinato, lui kryptoniano, a condurre un’esistenza umana. Il padre vivrà attraverso gli occhi del figlio, il figlio vivrà attraverso gli occhi del padre; il figlio diverrà padre ed il padre diverrà figlio. E’ il ciclo della vita, quel ciclo che la tecnologia prepotente ed orgogliosa di Krypton aveva interrotto sottomettendo la natura nella sua globalità. L’esplosione iniziale del pianeta e le parole di Jor-El ci ricordano come sia davvero presuntuoso da parte dell’uomo non sottomettersi egli stesso a questo ciclo, fidando nel suo essere “speciale”.
Quando agli astronomi sembra di aver rintracciato i residui del pianeta Krypton sparsi per l’universo, Kal-El si mette alla loro ricerca nello spazio, restando via dal pianeta Terra per cinque anni. Torna trafelato, atterrando bruscamente nello stesso campo a Smallville dove i suoi lo avevano trovato ancora in fasce 30 anni prima. E’ suggestivo vedere Superman ridotto così fra le braccia della madre piangente… Evidente la prima citazione “messianica”, con il richiamo a “La Pietà” di Michelangelo, dove una normale donna umana stringe fra le braccia come a “proteggerlo” il corpo di un essere “divino”. Una scena mastodontica nella quale il regista sembra volerci suggerire che nemmeno gli dei possono fare a meno di qualcuno cui appoggiarsi. Ed in effetti questo film è un film sulla solitudine, sulla necessità di non restare soli e sul fatto che non lo si è mai realmente.
Vorrei che vi soffermaste per un momento a ricordare come finiva il secondo film di Reeve, con Lois e Clark all’interno della Fortezza della Solitudine che si erano infine sciolti in un abbraccio infinito.
Un’unione che Superman con un bacio aveva successivamente cancellato dalla memoria della donna, annullando ogni ricordo che facesse riferimento alla sua identità o alla notte passata assieme.
Dopo cinque anni Superman osserva il tramonto di Smallville ricordando la sua gioventù, ma soprattutto ricordando quanto egli sia solo, nonostante le rassicurazioni di sua madre. Novello Messia, si esige da lui la salvezza del mondo, non la felicità personale.
Tornando a Metropolis, egli trova non solo che il mondo nulla ha imparato dal suo esempio, ma che anzi forse è addirittura peggiorato, aspettando bene la sua dipartita per scatenarsi. Non solo. La donna che egli ha sempre amato convive ormai da cinque anni con un altro uomo, ed hanno un figlio. Clark non riesce ad odiare quest’uomo, emblema di tutto ciò per cui lui ha sempre lottato: umanità, amore, responsabilità, dovere, giustizia, bontà. Lo invidia certo, e vorrebbe Lois per sé, ma è conscio di vedere in sé stesso l’antagonista di quella favola, e le sue entrate in scena con la donna sono sempre in “punta di piedi”. Non la forza mai, non le chiede nulla, limitandosi a dirle “Tu mi vedrai sempre in giro… buonanotte Lois”, con un sorriso malinconico e rassegnato sulle labbra. Spiando la quiete familiare di Lois con il compagno ed il figlio, egli comprende che mai nessuno, neppure un dio, potrebbe essere in diritto di privare gli uomini di quel calore. E questo è l’amore assoluto, l’amore che è talmente grande da spingersi anche al sacrificio nella sua forma più elevata: la rinuncia.Ed è un amore che un alieno è venuto ad insegnarci. Semplicemente stupenda la sequenza in cui Superman e Lois volano assieme e lui la rende partecipe della difficoltà di essere Superman ogni giorno. Egoisticamente la donna lo rimprovera di essersene andato per cinque anni senza dire niente, ma quando Kal-El le dice che ogni singola parola del Mondo, ogni singola richiesta di aiuto giunge incessante alle sue orecchie giorno dopo giorno, Lois forse comprende quanto possa essere stato difficile per lui voltare la schiena a quelle richieste, abbandonare chi gli chiedeva aiuto. Ma andare a vedere ciò che rimaneva di Krypton era qualcosa di cui egli aveva assoluto bisogno, senza la quale non avrebbe mai potuto essere se stesso, mai fermamente convinto del suo ruolo e del suo destino. Krypton era ormai un cimitero, morto così come la sua eventuale vita lì.
Man mano che il complesso gomitolo della trama si srotola, saltano fuori degli elementi nuovi che ti rendono il film amabile all’inverosimile. Cosa può spingere una donna che ha sempre amato Superman a gettarsi nelle braccia di un altro appena dopo la sua partenza? La rabbia? L’angoscia? O un figlio di cui è in attesa e di cui non sa chi sia il padre…?
La Fortezza della Solitudine era stata luogo di un impensato concepimento. Perduta la memoria, Lois si era ritrovata incinta e con un bambino da nascere, un bambino di cui non immaginava la paternità. Mi sia concesso anche qui un riferimento messianico alla gravidanza di Maria di Nazareth, ritrovatasi incinta del “divino” e compagna di un Giuseppe che è più marito inteso come “figura convenzionale per il nascituro” che come amore della vita di Maria. Di un padre c’è pur sempre bisogno per garantire a un bimbo una crescita sana, ed ecco quindi spiegata la scelta della convivenza. Uscendo fuori dalla metafora “mariana”, Lois porta però avanti l’ostinazione nel non voler convolare a nozze con una persona cui deve la sua gratitudine ed il suo affetto, ma non il suo amore.
E’ il figlio di Superman quello che Lois sta allevando, ed alla fine della pellicola sembra quasi che l’amore, sorretto dalla disperazione, abbia riportato alla mente della donna i ricordi che erano andati cancellati. le braci di quella passione che non si era mai sopita per cinque anni, ricominciano ad ardere assieme alla consapevolezza di Lois, ai suoi ricordi che rinvigoriscono. Kal-El rischia di morire, combattendo metaforicamente contro il suo passato, dal momento che la tecnologia usata contro di lui è stavolta quella stessa del suo paese, e se non muore soltanto grazie alla sua famiglia… E’ la donna che ama a salvarlo, assieme a loro figlio.
Superman sorregge il mondo, ma il mondo sorregge lui.Quando è svenuto e moribondo, la Terra lo cura e bada a lui con affetto, con apprensione, nessuno pensa neanche solo per un momento di studiarlo, di analizzarlo… Ha ormai trovato una famiglia ed una casa.
Krypton, nella forma del suo unico rappresentante, ha finalmente ristabilito il ciclo vitale che aveva tempo addietro spezzato. Ora il padre può nuovamente guardare la vita attraverso gli occhi del figlio, ed il figlio può guardarla attraverso gli occhi del padre. Il senso della vita, l’eredità che passa di padre in figlio attraverso l’amore, è stato ristabilito.

Il finale non è lieto, perché lascia un amore incompiuto. Il mondo ha bisogno di Superman, e non vi rinuncerà, nemmeno di fronte alle esigenze della sua famiglia. Eppure una speranza resta accesa, la speranza che assieme all’amore possa rifiorire tutto come era un tempo. Tutto è cambiato, eppure non è cambiato nulla. Kal-El saluta la donna che ama con una promessa di eternità: “Tu mi vedrai sempre in giro…”.

ESEGESI DELLA TRAMA

Tutto il film, in sostanza, si basa sul concetto di “eredità”; ed il figlio di Superman è funzionale a questo concetto. Non è un’invenzione di prima mano di Singer a dire il vero: già il grande Alan Moore nella storia universalmente considerata la più bella di Superman, “Cosa è successo all’Uomo del Domani?”, diede a Superman un figlio affinché il suo ideale di libertà e giustizia per tutti i popoli non smettesse mai di ardere. Affinché il mondo avesse sempre il suo Superman. Premesso che un film deve necessariamente distaccarsi dal fumetto perché ha tempi, modi ed esigenze diverse, direi che il modo in cui Singer svolge questa operazione è stato ottimale perché:

1) Ha concesso a Superman di ripristinare il “cerchio” che il suo popolo aveva spezzato.
2) Lo ha reso finalmente ed indissolubilmente parte del pianeta Terra.
3) Ha giustificato le azioni di Lois che molti avrebbero potuto inizialmente vedere come frivolezza o mancanza d’amore.

Nella scena dell’ospedale si vuole evidentemente porre l’accento sul concetto di solitudine: Superman può sentirsi solo, ma non è solo… la Terra è la sua famiglia. È il gioco delle parti Luthor-Superman, la disumanizzazione dell’umano e l’umanizzazione del divino… Una metafora sublime che richiama Kierkegaard nella solitudine e nel senso di colpa che Clark nutre nei confronti di una donna che ama ma che non può avere, sacrificando il suo amore sull’altare di qualcosa di più importante: la speranza ed il futuro degli uomini.
White Jr è il tipico “buono”, un antagonista inusuale e azzeccato per Supes, che alimenta il suo senso di colpa nel frapporsi all’interno della coppia. Il punto è che in una relazione non si richiede la bontà di una delle parti, ma l’amore. White è un “Principe Azzurro”, ma non riesce a dare a Lois l’amore. Quindi sarebbe innaturale tifare per lui, sarebbe come se si tifasse per l’infelicità di una donna che malinconicamente si è appoggiata ad un uomo vedendo in lui più un padre per suo figlio che un amante per lei.
Unico fra tutti i Supereroi, Superman è il più forte ed al tempo stesso il più debole fra i paladini del bene. Basta una piccola pietra verde per ridurlo a stato larvale, per immobilizzarlo. Nessuno è mai stato così indifeso. È un dio, ma non può prescindere dall’aiuto del mondo. Forse è proprio il gioco della ‘coincidentia oppositorum’ tra debolezza e forza a rendere il personaggio così speciale.
Superman ha un Tallone d’Achille che lo rende più debole di un uomo. Purtroppo la kryptonite è un espediente spesso troppo abusato e come tale a volte perde di credibilità. Ho molto gradito la scena dell’ospedale, che simbolica e rappresentativa, ma per quanto l’eroe sia stato pugnalato ed esposto alla kryptonite lo spettatore non può fare a meno di chiedersi: “Come si fa a curare un dio?”.
Purtroppo per quanto narrativamente giustificate, certe scelte possono comunque lasciare interdetti i meno smaliziati, quelli che hanno meno confidenza con l’argomento.
Per questo motivo Superman Returns si caratterizza come un film d’élite, che non tutti possono apprezzare, e non tutti possono capire. È una pellicola per chi ha già una certa sensibilità maturata attraverso molte letture, per chi ha già carpito l’essenza del personaggio da tempo.
I nemici alla portata di Superman ci sono… sono esseri alieni, inattaccabili per chiunque non sia l’Uomo d’Acciaio. Supes difende la Terra da esseri che, senza di lui, avrebbero vita facile nel soggiogarla. Il discorso kryptonite deve essere più radicato… Quasi metaforico. Non c’è dio che sia pienamente infallibile, non c’è essere che sia pienamente inattaccabile. Nessun essere è perfetto, nemmeno Superman. Non voglio spingermi troppo oltre, ma se molti vedevano in Supes la figura del Messia come ispirazione per il personaggio, io nella kryptonite vedo una Passione che si rinnova di volta in volta… Un dio che viene calpestato nella carne, un essere divino ridotto a meno che un uomo. Per poi risorgere però, sempre e comunque.
La trama, diviene quindi geniale nel momento in cui si considerano questi punti:

– Ereditarietà: un figlio significa “tramandare ai posteri se stessi”, significa “continuare a vivere negli occhi di un’altra persona”. Supes pensava di essere stato escluso dal cerchio della vita, invece vi è stato reintegrato.
– Luthor: è un Prometeo che lotta contro l’egoismo degli dei. Nobilita la sua malvagità, dandole quasi un alone romanticamente perverso… E’ un criminale, ma agli occhi della vecchia ereditiera morta ad inizio film, lui è stato un “principe” che le ha regalato attimi di felicità.
– Il continente di kryptonite: è un piano geniale. Sfruttare le risorse dell’avversario per i propri fini… se l’avversario ci surclassa, basterà utilizzare le sue stesse armi per surclassare lui. Questo è Sun Tzu nel Bing Fa, l’Arte della Guerra.
– La kryptonite: ci mostra ancora una volta, se già non fosse bastato, come Supes sia al tempo stesso il più debole ed il più forte dei supereroi. Ridotto a stato larvale dalla pietra verde, subisce l’umiliazione del pestaggio, come a ricordargli che non è un dio, non è diverso dagli altri… Nel male, ma anche nel bene (il che si ricollega poi al discorso dell’ereditarietà).
– Ospedale: Supes ha sempre sentito di essere solo, ed ha sempre malinconicamente sofferto per questo. Quella scena è la palese dimostrazione di come si stesse sbagliando. I terrestri lo amano, Lois lo ama, sua madre lo ama… Suo figlio, che non sa la verità, inconsciamente lo ama. Superman non è solo, anzi paradossalmente è l’essere più amato del pianeta.
– Amore: ci è fatto vedere sotto le varie accezioni del termine… L’amore filiale, l’amore inconscio, l’amore romantico, l’amore di convenienza che si traveste da affetto (Lois e White, lui è più un “padre per suo figlio” che un vero compagno), l’amore travolgente, che non permette a Lois di sposarsi nonostante di fatto lo sia già… Era forse in attesa di qualcosa? Evidentemente si.

Per apprezzare Superman, bisogna fare riferimento a quella particolare sensibilità emotiva che ci fa male al cuore nell’apprendere le sofferenze di un uomo che poteva tutto e che invece si è lasciato umiliare, picchiare, uccidere per gli altri. Non è blasfemia, è realtà. Il messaggio di Superman è fortemente messianico, non fosse altro perché i suoi due creatori, Siegel e Shuster, erano due ebrei. Col tempo a mio avviso gli si è data invece un’impronta sempre più cristiana. Nel leggere di quest’uomo dilaniato, solo, onnipotente ma devoto all’amore ed al sacrificio, il sentimento che si cerca di riproporre è quella stessa contritio cordis che i Cristiani provano quando riflettono sulla Passione, la Morte e la Resurrezione del Cristo.
Sublime la scena del pestaggio, che richiama alla Passione, così come pure la scena in cui precipita dallo spazio assumendo la posa di un crocifisso, proseguendo con la sua ascesa al cielo per riprendere le forze alla luce del sole. Commovente poi la sequenza in cui viene infilzato dalla lama di kryptonite, specularmente a come fa Longinus a Cristo con la sua lancia.
Bellissima anche la metafora ad Atlante che sorregge il mondo, quando prende al volo il globo di metallo del Daily Planet, o quando porta nello spazio il continente creato da Lex. Scene magistrali, che vorrei portare a suggello e testimonianza di quanto detto sinora.

Insomma, per queste ed altre ragioni, è un film speciale. Non è un Batman Begins, come il giorno non può essere la notte… Ma definirlo un film “di nicchia” non sarebbe un errore. Per apprezzare questo film bisogna permearsi dello spirito del personaggio, assumere la sua mentalità di sacrificio e la sua aspirazione al bene ed alla speranza.

SOUNDTRACK

La ormai notissima colonna sonora di John Williams accompagna questa ennesima avventura di Superman, regalandoci come sempre un brivido lungo la schiena al sentire questa melodia che è di speranza, di giubilo, di arrembaggio nei confronti della vita. Il tutto è suffragato dalle ottime musiche di John Ottman, melanconiche e struggenti, soavemente tristi, stoicamente dolci. Questo è un Superman sofferente e colpevole come non mai, è un Superman che si riscopre nel ruolo di innamorato e di padre, che riscopre il senso della vita. La malinconia di fondo non è tuttavia scevra di melodie epiche, come le bellissime “Power of the Sun” e “Fly Away”, veri e propri inni alla speranza di inizio millennio.

A cura di Marco Cecini


Informazioni sull'autore

Marco Cecini [Barry Allen]Nato a Roma, classe 1982. Appassionato, volitivo, amante di tutto ciò che è epico, eroico, e che rimanda al sapore antico e primigenio del vivere. In quanto tale, il fumetto supereroistico rientra di diritto nel novero delle sue passioni più grandi.Leggi tutti gli articoli di Marco Cecini