PINGUINO: DOLORE E PREGIUDIZIO

Scritto da Giuseppe Urso il 3 febbraio 2013 in Fumetti DC Comics con 3 commenti

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Testi: Gregg Hurwitz 
Disegni: Szymon Kudranski
Edizione Originale: Penguin: Pain & Prejudice #1/5 (2011,2012)
Edizione Italiana: Pinguino: dolore e pregiudizio, Lion (2012 e 2015)

 

Leggenda vuole che Bob Kane abbia trovato la giusta ispirazione guardando un pacchetto di sigarette marca Kool, azienda che, almeno fino agli anni Sessanta, aveva affidato il successo della propria campagna marketing a Willie the penguin, simpatico Batman_cover_Penguinpinguino, spesso in frac e cilindro, protagonista di manifesti pubblicitari, gadget promozionali e spot televisivi. E, per un breve periodo, addirittura immagine presente sulle sigarette stesse. Questo il modello di riferimento. Questa la presunta genesi di Oswald Chesterfield Cobblepot, meglio noto come il Pinguino, uno tra i più vecchi e conosciuti avversari del Cavaliere Oscuro. Anche se non tra i più fortunati, però. Relegato sempre di più sullo sfondo, privato di una vera e propria dinamicità, il personaggio ha infatti subito, negli ultimi decenni, un depotenziamento del proprio ruolo all’interno del pantheon criminale di Gotham City, di fatto trasformato in una figura bidimensionale utilizzata, nonostante le apparizioni a dir poco continue, quasi esclusivamente in sequenze sempre uguali, e quindi nei panni di informatore da prendere a cazzotti per ottenere quanto necessario, all’autore, per sbloccare l’empasse narrativo. Ecco perché la mini di Gregg Hurwitz assume (almeno agli occhi dei fan del personaggio) una sua importanza, oltre a confermare uno spiccato interesse della casa editrice nei confronti della sua storica creatura. Del resto, perché proprio il Pinguino?

E’ stato un progetto da sogno. Ci sono davvero pochi personaggi dei fumetti (eroi o villain che siano) che non possiedono ancora delle origini ben sviluppate. Così, mentre ci sono state alcune storie brillanti su Oswald Cobblepot, da Alan Grant a Jason Aaron, non c’è mai stata, in realtà, una storia che ne abbia saputo affrontare le origini con profondità. Avevo già da tempo questo racconto su di lui e la sua educazione che mi gironzolava nel cervello; una versione che ne onora il passato aggiungendo però qualcosa di nuovo

Gregg Hurwitz

Il momento è particolare, figlio di quella grande piccola rivoluzione, passata alla storia col termine di reboot, che ha scosso il DC Universe durante gli ultimi due anni. L’intento prefissato: rimodellare (in parte) un mondo ormai appesantito da più di vent’anni di continuity, svecchiandone i principali personaggi e, allo stesso tempo, dar vita a nuovi e credibili starting point al fine di avvicinare altri e più giovani lettori.

E’ questo il quadro generale nel quale calare Penguin: pain & prejudice, mini in cinque numeri scritta da Gregg Hurwitz e 300px-The_penguindisegnata da Szymon Kudranski. Una mini incaricata di delineare eventuali mutamenti nel background del personaggio, elemento che però finisce per passare significativamente in secondo piano. A brillare ed interessare davvero è infatti ben altro: l’estrema bravura dell’autore nel dar vita ad un ritratto convincenteavvincente esuggestivo del buon vecchio caro Cobblepot. Hurwitz è abilissimo nel giocare con la percezione del lettore, e lo fa ammantando il criminale protagonista di un’aurea di sfortunato dolore che, almeno inizialmente, concorre a renderlo più umanamente accettabile ai nostri occhi. Attraverso suggestivi flashback sulla sua infanzia, l’autore lo ritrae infatti totalmente immerso in un mondo fatto di solitudine e sofferenza, mostrandoci un bambino vessato continuamente da padre e fratelli. Un’atmosfera di cocente tristezza resa quasi palpabile dai magnifici disegni di Kudranski. Ecco allora che il lettore non può che confrontarsi con un sentimento di compassione, ulteriormente rafforzato dalla presenza, stavolta nel presente, di quella madre invalida che Cobblepot tanto devotamente cura. E così, per fare un esempio, nonostante la brutale decapitazione del primo capitolo, il successivo gesto del donare il bottino al genitore, in maniera tanto amorevole e delicata, spinge il lettore a scordare la precedente violenza. E’ una dinamica destinata però a sparire presto. Hurwitz smaschera il mostro (meglio, lo priva di qualsivoglia attenuante morale) gradualmente, finché la realtà non può più essere alleggerita. Ed è proprio la morte della vecchia madre a fare le veci di spartiacque. Quando l’unico essere umano che gli abbia mai donato un po’ di affetto viene a mancare, qualcosa nel Pinguino si spezza. Senza anche solo una goccia di amore disinteressato e sincero a porvi un freno, la rabbia esplode in tutta la propria potenza. Il processo è irreversibile. Cobblepot proverà, in realtà, a riempire diversamente quel vuoto, ma il trauma sarà ormai troppo profondo.

300_2023475Questo fa, al di là della trama, Hurwitz. Scandaglia in maniera certosina l’anima del personaggio, realizzandone un ritratto a dir poco riuscito. Lo aiuta Kundranski, le cui atmosfere buie e profondamente fredde (con un John Kalisz che riesce a dosare sapientemente il colore, fino a sottolineare con tonalità monocrome la presenza di un sentimento piuttosto che un altro, in una scena che può quindi macchiarsi completamente di rosso per sottolineare la rabbia o di giallo per la paura) altro non sono, in fondo, che la manifestazione grafica del mondo privo di luce che giace irrequieto dentro al Pinguino.

Scrivere di un personaggio già noto è spesso snervante, e questo perché sai che non potrai mai possederlo davvero. Un villain come il Pinguino gode davvero dell’affetto del pubblico. Così dovevo trovare il giusto modo per onorarne il passato, e, allo stesso tempo, dargli anche un mio personale approccio. Non ha alcun senso per me limitarsi semplicemente a riproporre vecchie versioni. Credo che ogni lettore potrà trovarvi associazioni al buon vecchio Oswald, sia che si tratti della versione originale di Kane e Finger, sia dell’interpretazione di Burgess Meredith.

Gregg Hurwitz 

  • Tra vecchio e nuovo Ma cosa, spostandoci su altro, la mini di Hurwitz viene ad aggiungere o togliere al personaggio rispetto alla sua versione pre-reboot? Non molto, in realtà. Sono tre i nomi del fumetto che l’autore omaggia apertamente all’interno della propria opera. Sono i tre fratelli di Oswald: RobertWilliam e Jason; rispettivamente Bob Kane e Bill Finger, creatori del Pinguino, la cui ormai lontanissima prima apparizione è datata 1941, e Jason Aaron, autore de Joker’s Asylum: Penguin #1, storia, ospite della piccola antologia Joker’s Asylum del 2008, dalla quale Hurwitz prende parecchio. Ma c’è un quarto nome in realtà, la cui influenza è innegabile. E’ il nome di Tim Burton, regista, nel 1992, della pellicola Batman Returns, con il bravissimo Danny DeVito nei panni di un Oswald Cobblepot ben diverso dalla controparte cartacea di allora. Hurwitz ne riprende atmosfere e qualche idea (come il progetto di arrecare danno a tutti i primogeniti di Gotham o i famigerati pinguini-arma). E non è un caso che la stessa apertura della miniserie ricordi la sequenza iniziale del film. E’ con Burton, infatti, che s’impone l’idea di un Oswald rampollo non voluto di una delle più nobili e ricche famiglie di Gotham City. Elemento che solo adesso può dunque dirsi ufficialmente entrato a far parte della continuity cartacea. Per il resto, Penguin: pain & prejudice porta in scena una sorta di collage delle vecchie continuity, con un Hurwitz che (senza, come già detto, allontanarsi troppo dal selciato), preferendo un particolare piuttosto che un altro, si divertente semplicemente a lucidare un’argenteria che, in fondo, non si era ancora del tutto ossidata.
  • The origin of the Penguin (Best of DC #10, marzo 1981) Senza spostarci troppo indietro nel tempo, a pochi anni da quella Crisi sulle terre infinite che, antenata del moderno reboot, avrebbe sconvolto la continuity ufficiale della DC, i Cobblepot ci vengono presentati come proprietari di un semplice negozietto di uccelli. Morto il padre e morta la madre (quest’ultima dopo un periodo di invalidità, amorevolmente accudita dal figlio), Oswald, sopraffatto dai debiti, sarà costretto ad assistere impotente al sequestro dell’attività familiare, esperienza che lo spingerà, furioso, tra le braccia del crimine.
  • The killing peck (Secret origins special #1, 1989) L’avvento della Crisi pare lasciar perlopiù invariate le precedenti origini, preferendo piuttosto concentrarsi sulla difficile infanzia fatta di soprusi, introducendo un Oswald continuamente preda di atti di bullismo dovuti, perlopiù, all’insolito aspetto fisico.
  •  The Penguin returns (Batman #548/9, novembre 1997) In tempi a noi più recenti, una nuova storia concorre a riportarne in scene le origini. Si accentua, di fatto, il trend iniziato con The killing peck, con larga attenzione a quella difficile ed infelice infanzia che qui arriva addirittura ad inglobare la madre, non più punto di riferimento per il piccolo Oswald, bensì altro volto violento ed inumano dal quale guardarsi.
  • Penguin: pain & prejudice #1/5 (dicembre 2011/aprile 2012) In linea con la maggior parte delle storie che l’hanno preceduta, Penguin: pain & prejudice pone l’accento sulla difficile infanzia vissuta dal futuro Pinguino, con qualche importante aggiunta. Facendo propri i suggerimenti forniti da Tim Burton, Gregg Hurwitz introduce in continuity l’importanza della famiglia Cobblepot, rendendola allo stesso tempo ambiente preferenziale all’interno del quale far avvenire le violenze. Non più i compagni di scuola dunque, ma, rendendo il tutto naturalmente ancor più triste, padre e fratelli (qui al loro debutto). E c’è dell’altro. Se nella vecchia continuity la morte del padre era accidentale, adesso è il Pinguino, o meglio il piccolo Cobblepot, a causarla, uccidendo i familiari (ad eccezione della madre che tanto ama, e la cui condizione è figlia de The origin of the Penguin, 1981) per vendetta. Ultimo elemento non da poco, la storia di Hurwitz sembrerebbe quasi aver cancellato (lo si scoprirà però con certezza solo in seguito) quel passato da criminale freelance, alla stregua della quasi totalità degli altri villain, che nella vecchia continuity, anche dopo il mutamento targato anni ’90, non era mai stato disconosciuto.

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Informazioni sull'autore

Giuseppe Urso [Cappellaio Matto]Teinomane patologico, collezionista compulsivo di inutilità, ospite occasionale dell'Arkham Asylum. Non proprio una bella persona, insomma. Con la testa perennemente rivolta al passato, sogna un futuro da rigattiere. Nel frattempo, trascorre le sue giornate a guardare documentari su History Channel, organizzare tea-party e prendere qualsivoglia decisione dopo un bel tiro di dadi.Leggi tutti gli articoli di Giuseppe Urso