Batman: Un Anno Dopo

Scritto da Massimo Rubbino il 7 settembre 2009 in Batman e Fumetti DC Comics con nessun commento

iiibatannodopo01_01gTesti: James Robinson
Disegni: Don Kramer, Leonard Kirk
Albi originali: Batman 651-654, Detective Comics 817-820
Edizione italiana: Batman-Un Anno Dopo, brossurato Planeta De Agostini

Era bello. Meglio di qualunque altra cosa. Meglio del sesso. Eroina. Cocaina. Erba. Oppio. Valium. Acido. Ecstasy. Meglio di tutti loro combinati. Ammettilo!

E’ questa l’origine del Male? È davvero così semplice? Il brivido, l’emozione del rischio e il gusto della paura, dolce e acre, aspro e avvolgente? È questo che ci spinge ad attraversare il confine?
<<era questo il problema con Harvey, per tutto il tempo. La sua vanità lo ha guidato oltre la linea…diventando Due Facce. O almeno così è andata>>.
<<no. Ci sono sempre stati dei demoni nascosti dentro Harvey>>.
Allora qual è la risposta? È il condizionamento ambientale che ci forgia, oppure ognuno di noi ha dentro la scheggia impazzita?

È passato un anno da quando Batman e Robin sono silenziosamente usciti di scena, abbandonando Gotham City (per sapere cosa abbiano fatto nel frattempo, leggete il settimanale 52). Un anno durante il quale Harvey Dent ha vigilato sulla città. Ex Procuratore Distrettuale. Ex criminale di punta della malavita organizzata gothamita. Ex Due Facce. Ex, ex, ex. Ma ora? Rinsavito mentalmente, curato nelle cicatrici fisiche (come visto nella saga Hush), oggi Dent è un uomo forse non del tutto razionale, ma degno di fiducia. E proprio per questo Batman ha chiesto lui di vegliare su Gotham, durante la propria assenza. Ma i criminali di seconda fila stanno iniziando a morire come mosche, secondo un modus operandi che richiama pericolosamente lo stile di Due Facce. Che l’ex procuratore abbia preso troppo a cuore il ruolo di vigilante?

James Robinson è un autore inglese ben noto ai lettori DC di vecchia data. Esordì oltre dieci anni fa scrivendo piccole cose per collane minori in casa Marvel (Cable, Generazione X), per poi risplendere sulle pagine del magnifico Starman, rilettura/rinascita di un vecchio eroe Anni ‘40. La sua scrittura era caratterizzata da grande fantasia narrativa, notevole cultura letteraria (leggi: citazioni a gò gò), sensibilità autoriale molto vicina agli scrittori Vertigo, nonché una prosa barocca e spesso poetica che spesso aveva spinto i critici a definirlo “il nuovo Alan Moore”. Ovviamente tali paragoni sono raramente calzanti, e questo caso non fa eccezione. Gli 80 numeri di Starman e la miniserie Golden Age (altra lettura imprescindibile) ci fecero salutare forse troppo in fretta un autore che invece a quel punto si eclissò, consegnandoci solo una modesta sceneggiatura cinematografica (quel League of Extraordinary Gentlemen che, ironia del destino, è tratto dall’omonimo fumetto del già citato Moore). La notizia che stesse tornando all’Arte Sequenziale, nella fattispecie Batman, aveva fatto pizzicare il senso di ragno di tutti i fumettofili sparsi per il globo. Risultato: una grande attesa per ciò che tutti si aspettavano la conferma di un Autore, magari oggi persino più maturo di un tempo. Un’attesa che in fondo non è stata mal ripagata, almeno non del tutto.  Confusi? L’inizio della recensione sembrava far pensare tutt’altro? Un momento,  fermo-immagine e torniamo indietro.  Stop.  Si ricomincia.  Azione

Come in tutte le opere d’Arte (e anche nelle relazioni sentimentali, ma questa è un’altra storia), Face the Face presenta lati positivi e lati negativi. Come si diceva, l’attesa era altissima, forse anche più del normale. Sembrava che tutti pretendessimo il capolavoro, la saga definitiva, l’Opera della maturità che consegnasse Robinson all’Olimpo dei comic-writers. Così non è stato. A questo punto Robinson ricorda molto da vicino Ridley Scott: un discreto esordio, due capolavori immortali e poi, purtroppo, solo ottimo professionismo. Temo che le opere “definitive” del buon James siano la già citate Golden Age e Starman. Come dire: il ragazzo ha già dato, il resto è grasso che cola. E forse è giusto così. Se capolavoro “alla Vertigo” questa bat-saga non è, si tratta pur sempre di un fumetto in cui il talento dell’inglese si nota chiaramente, nonché la firma riconoscibile dell’autore. Se la prosa si è fatta più sciolta e libera, perdendo forse in poesia, il ritmo narrativo ne ha invece guadagnato, più scorrevole che nelle prove di scrittura precedenti. I dialoghi restano sempre di buon livello e i personaggi si muovono all’interno di caratterizzazioni convincenti. La struttura narrativa da giallo vecchia maniera (“chi-ha fatto-cosa”) fa aumentare la tensione, mentre la creazione della “storia nella storia” (le indagini del detective privato Jason Bard) ricorda certe invenzioni di Starman. Ovviamente non siamo davanti ad una saga che modifica lo status quo del personaggio, giacché le intenzioni erano invece l’esatto opposto: reinserire in Batman quegli elementi di continuity con gli anni erano andati perduti, snaturando il personaggio. Ecco allora Gordon che viene reintegrato come Commissario (era in pensione da un po’, ma certi sbirri non si ritirano mai); torna pure il Detective Bullock, sempre più incazzato e brontolone, tempo fa cacciato via dal Dipartimento; e torna il rapporto Batman/Robin, analizzato con profondità e intelligenza, in grado di conquistare anche un detrattore del Pettirosso come chi scrive. Un’opera di restaurazione, se vogliamo, che sacrifica qualche villains di serie B ma ne riconquista uno di grande levatura (che si assista al ritorno di Due Facce non è certo uno spoiler, lo capirebbe anche un ritardato già dalle prime pagine). Forse, e qui sta la parziale delusione, resta in superficie l’analisi dell’origine del Male cui si era fatto cenno all’inizio dell’articolo. Le idee ci sono, e anche di qualità, ma pare che Robinson non abbia voluto spingersi più di tanto, restando fermo sulla soglia di un ritratto (quello di Dent) che raggiunge il suo apice nel sesto capitolo della saga, ma non scende mai ai livelli di disperazione e follia che era lecito attendersi.

Valore aggiunto sono poi i disegni di Don Kramer e Leonard Kirk, artisti fattisi notare sulla pagine della magnifica JSA di Geoff Johns: il loro tratto preciso e pulito, l’ottimo storytelling e la capacità di colpire l’occhio senza pur stordirlo, ne fanno due nomi da tenere seriamente d’occhio.

Che c’è? Vi aspettate un finale ad effetto, un “coccodrillo” con tanto di frase storica che chiuda col botto la recensione? Che ne direste di leggere il fumetto, invece di perdere tempo ancora qui?


Informazioni sull'autore

Massimo RubbinoNon ricorda di essere nato nel 1982; non ricorda d'essere un appassionato di fumetti dal vecchio Uomo Ragno N° 48 (Maggio 1990); non ricorda di non aver mai pubblicato su carta nulla di ciò che ha scritto; non ricorda di aver collaborato ad un sito che ha contribuito a lanciare e che adesso ha cancellato dalla sua memoria (qualcosa come W la F. it); non ricorda perché stia scrivendo questa bio in uno stile da far impallidire Beavis & Butthead.Leggi tutti gli articoli di Massimo Rubbino