Batman: Cappuccio Rosso

Scritto da Massimo Rubbino il 7 settembre 2009 in Batman e Fumetti DC Comics con nessun commento

iiibatcapucrosso01_01gTesti: Judd Winick
Disegni: Doug Mahnke, Shane Davis
Albi originali: Batman 635-641 + 645-650, Batman Annual 25
Edizione originale: Cappuccio Rosso, tre volumi brossurati editi da Planeta De Agostini

Sarò te. Il te che saresti dovuto essere. Se avessi ucciso Joker, anni fa… sai da quale inferno avresti salvato questo mondo. Ma no. Il suo omicidio è il primo di una lunga lista di sani atti che rifiuti di compiere. Non varchi mai la linea. Ma io lo farò.

“Unheimlich”. In tedesco vuol dire “poco familiare, estraneo, che viene dall’esterno”. Ma la parola possiede anche un altro significato: “perturbante”. E cos’è il perturbante, se non il rimosso che riemerge? Un suono, un odore, un’immagine. E il passato ritorna, implacabile come il rimorso di coscienza. Puoi aver coperto la fossa con una lastra di granito. Puoi aver cancellato dalla tua mente anche il più remoto ricordo. Puoi aver finto che nulla sia mai accaduto. Puoi aver convinto perfino gli altri. Ma è inutile, tutto inutile. Perché tutto riaffiora, anche se non vuoi.

“C’è un nuovo sceriffo in città!” diceva Mickey Rourke ne L’Anno del Dragone. E questo sceriffo non va tanto per il sottile, a Gotham City. Cadaveri appesi per i piedi, penzolanti dalle scalette antincendio. Granate lanciate ai tir che trasportano armi. Interi edifici loschi fatti saltare per aria. E la proposta di una “soluzione finale” per il Clown Principe del Crimine.
Nuovo sceriffo. Nuove regole. Nuovi risultati.
Ma papà rivuole i suoi calzoni, non gli va tanto a genio che il ragazzo glieli sgualcisca.

Come in ogni racconto che si rispetti, essenzialmente anche qui abbiamo testo e sottotesto. Complementari e sempre intrecciati, nessuno dei due toglie mai spazio all’altro, senza mai soffocarsi a vicenda. Da una parte abbiamo quindi un nuovo vigilante che ruba la scena a Batman, usando metodi ben più brutali e una certa risolutezza nel prendere decisioni drastiche; dall’altra, viceversa, abbiamo la tematica dell’evento passato che torna a tormentare l’eroe principale, offuscando la sua capacità di giudizio. Emblematico punto d’incontro di queste due tracce narrative, è il nome usato dal nuovo eroe metropolitano: Red Hood, Cappuccio Rosso. Ovvero: l’identità fittizia che Joker assunse la sera della sua “born again”, quando un tuffo nell’acido lo tramutò nell’icona moderna della Follia. Ma perché proprio questo nome è stato scelto dal novello giustiziere gothamita? Perché è così importante che Batman lo ricolleghi al passato? E che legame c’è con il Joker?
Vedete quindi che di materiale su cui lavorare ce n’è parecchio, e i tredici capitoli più l’annual di 40 pagine hanno dato modo allo sceneggiatore di sviluppare bene sia trama che personaggi. Strano scrittore, questo Judd Winick, strano davvero. Scorrendo il suo curriculum si trovano un ottimo esordio (Green Arrow, titolo che dopo 40 numeri egli continua con successo a scrivere), la bat-saga in questione e il terribile Outsiders, fumetto fastidiosamente cool e fighettino, ammiccante come pochi. Un autore altalenante, quindi, che però con Under the Hood ha probabilmente scoccato quella che attualmente sembra essere la sua freccia migliore. In un sol colpo non solo è riuscito a creare un nuova nemesi per il Cavaliere Oscuro, avvolgendola in un aura di fascino che le permette di stare già accanto ai grandi; iiibatcapucrosso02_01gè anche risuscito ad entrare nel Mito batmaniano modificando per sempre la temutissima continuità.
Ma chi è Red Hood? Perché ha deciso di sfidare Batman sul suo stesso territorio? E soprattutto, perché ha stanato Joker in un Luna Park abbandonato e lo ha quasi ucciso a colpi di spranga?
Unheimlich, si diceva. Il rimosso che riaffiora. Ma la rimozione di cosa? Se Red Hood porta con sé spettri dal passato, di che spettri si parla? Quale ricordo sbatte in faccia al Pipistrello? Ricordi, memorie, vecchi scheletri che dovrebbero restare sepolti per sempre. Perché c’è qualcosa che ha segnato per sempre Batman, aprendo uno squarcio che non si rimarginerà mai. Una colpa. Un peccato. Il suo peccato più grande. La morte di Robin.

Sono passati anni da quando Joker ha torturato e ucciso Jason Todd, il secondo Robin (N.d.A. : “tod” in tedesco vuol dire “morte”, come a dire nomen omen). Eppure Bruce Wayne il trauma non l’ha ancora superato. Oggi c’è un nuovo Robin, una nuova lotta contro il crimine, ma il senso di colpa sta sempre lì, acquattato, in attesa di colpire nel momento più propizio. E quel momento è giunto.
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Eccoci giunti al punto focale. Jason Todd è tornato, è tornato dal mondo dei morti, ed è veramente incazzato. Ma non per la ragione che tutti ci assetteremmo.
<<se fossi stato tu quello che lui aveva portato via da questo mondo… non avrei fatto altro che cercare il pianeta per questa patetica pila di male, questa spazzatura idolatrice di morte… e ce l’avrei spedita!>>.
Sin dalla sua creazione Jason era stato un personaggio atipico: orfano di padre, abbandonato dalla madre in tenera età, il ragazzo era cresciuto per la strada tra furti e lavoretti occasionali. Incontra Batman perché colto in fragrante mentre cerca di fregare le ruote della bat-mobile. Il ragazzo ha fegato, forse merita una possibilità. Ma Jason non è Dick, cova dentro un rancore e una rabbia ribelle che gli impediscono di seguire gli ordini del Pipistrello, di seguire le sue regole e la sua strada. Sempre più difficile da gestire, sempre più difficile da tenere a bada, il nuovo Robin diviene quasi il simbolo di una generazione (siamo in pieno post-punk) che proprio non ne vuole sapere di affrontare la vita con quasi arrendevole rassegnazione (“Perché tutti i tizi in calzamaglia dicono sempre Non posso attraversare la linea, non c’è ritorno?”). Ma la drastica soluzione al problema la proporrà il Clown che tutti amano odiare.

iiibatcapucrosso03_01gCome sia tornato conta poco (tanto che la spiegazione appare artificiosa per mancanza di interesse da parte di Winick stesso). Red Hood è oramai una rappresentazione, un’icona del peccato inalienabile, quasi un senso di colpa cattolico, un peccato originale. Questo conta. Questo, sottolineato ancora più dalla magnifica caratterizzazione che l’autore ha fatto del personaggio (per certi versi sembra ricordare la rabbia e l’insofferenza di Malcolm X), e il legame che si instaura fra Batman–Joker –Red Hood. Una lotta tripartita in cui nessuno vince e tutti perdono, una lotta nella quale sono chiari gli opposti, ma oscura la collocazione di Jason.

Parecchie le sequenze da antologia, dalla vorticosa e spettacolare scena d’azione che apre la saga, allo scontro finale che molto ricorda la conclusione de Il buono, il brutto e il cattivo di leoniana memoria. In mezzo, Red Hood che da solo sgomina una banda di killer, Red Hood che svela la propria identità ad uno sbigottito Batman, Red Hood che detronizza il gangster Black Mask dalla sua posizione di intoccabile. Ma su tutti, svetta un momento che probabilmente entrerà della mitologia batmaniana: Jason Todd penetra nel Luna Park in cui Joker è rifugiato, lo stana è quasi lo massacra. Il tutto, in una scena che replica ma ribalta la morte di Robin per mano del Clown nello storico Morte in Famiglia, lasciando allibiti e stupefatti per parecchi minuti, lo sguardo fisso sulle pagine che non vogliono andare avanti. Un pasto nudo, un istante congelato in cui nessuno sa più cosa dire.
Che ancora oggi sia possibile stupire il lettore, usando intuizione e talento, lo dimostrano questa storia e in particolare la sequenza sopra citata. Non ci è dato sapere se Winick riuscirà più in futuro a realizzare un’opera di altrettanta, straordinaria bellezza, ma quanto letto fino ad ora ci basta per spingerci all’inchino.

«Chi è… ? Dimmi chi sei… o ti uccido… Pensi stia scherzando…?»
«No. Non l’ho mai pensato.»


Informazioni sull'autore

Massimo RubbinoNon ricorda di essere nato nel 1982; non ricorda d'essere un appassionato di fumetti dal vecchio Uomo Ragno N° 48 (Maggio 1990); non ricorda di non aver mai pubblicato su carta nulla di ciò che ha scritto; non ricorda di aver collaborato ad un sito che ha contribuito a lanciare e che adesso ha cancellato dalla sua memoria (qualcosa come W la F. it); non ricorda perché stia scrivendo questa bio in uno stile da far impallidire Beavis & Butthead.Leggi tutti gli articoli di Massimo Rubbino