THOR: The Dark World – di Alan Taylor (2013)

Scritto da Jacopo Paliaga il 24 novembre 2013 in Cinema, film e animazione con nessun commento

E’ tornato!


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E’ folgorante!


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E… spacca!


"Marvel's Thor: The Dark World"..Loki (Tom Hiddleston)..Ph: Jay Maidment..© 2013 MVLFFLLC. TM & © 2013 Marvel. All Rights Reserved.

No, non si tratta di Hulk, bensì del nostro amichevole Dio del Tuono di quartiere!


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Come un fulmine a ciel sereno (perdonatemela) Thor si riappropria delle sale cinematografiche e dei cuori degli spettatori. A dire il vero, il mio cuore appartiene già a Natalie Portman, ma tant’è.

Per chi non volesse incappare in fastidiosi spoiler, questa recensione sarà libera da riferimenti importanti agli avvenimenti del film, ma, se proprio siete di quei puristi che non vogliono nemmeno sapere di che colore sia il mantello rosso di Thor, vi basti sapere che The Dark World riprende tutti gli elementi del primo film sul Tonante e li amplifica a dismisura.

Il film parte con una premessa tanto semplice quanto efficace: un male antichissimo, l’Oscurità personificata, vuole dominare sui Nove Regni portandoli nel buio per poterli governare e, perché no, prendersi una bella rivincita su Bor, nonno di Thor, che millenni prima lo sconfisse sottraendogli la Gemma dell’Inf…ehm, coff, coff, l’Aether, potente arma mistica, nascondendola nelle profondità dell’universo, lontano dagli occhi di Malekith, capo di quegli Elfi Oscuri che saranno la fazione nemica nel film.

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Rispetto al primo episodio cambia il regista – e se Branagh esce, Alan Taylor prende il suo posto non sfigurando affatto, anzi. Taylor disegna un’Asgard fantastica, tanto vasta quanto dettagliata, un mondo che viene esplorato dall’interno delle costruzioni fantascientifiche fino al pelo dell’acqua, dagli avanzati meccanismi di difesa alle prigioni sotterranee.

Senza girarci attorno, il gran pregio di The Dark World è una visione estremamente intima e familiare del mondo di Thor, con i rapporti del Tonante con mamma e papà, ma anche con quel rockettaro-poco-arrendevole [cit.] di suo fratello, o con la dolce Jane e i suoi amici terresti (memorabili le scene con Erik Selvig e Darcy).
Per delineare questi rapporti che, come dicevo, sono resi alla perfezione, Taylor sfrutta un nemico come Malekith: l’oscurità, il male per definizione, un personaggio avido e rancoroso che viene utilizzato per portare un’importante minaccia sui Nove Mondi al fine di giostrare i protagonisti attorno a quel sentimento di umanità che li accomuna tutti, buoni o cattivi (o ambigui) che siano.

E parlando nel dettaglio dei personaggi, se il villain è (giustamente) un po’ sacrificato per lasciar spazio alle dinamiche di cui accennavo prima (che, poi, se qualcuno mi chiedesse “Chi è il cattivo di Thor 2?” io non risponderei propriamente “Malekith”, ma non dico altro…) il protagonista, Thor, cresce esponenzialmente riguardo alla prima pellicola, passando dall’essere un’arrogante giovane guerriero che brama il trono ad un uomo che addirittura lo rifiuta per seguire le proprie aspirazioni (onestamente, pure io rifiuterei un trono per Natalie Portman, ma questo è un altro discorso). Quindi ci troviamo di fronte a un Thor cresciuto, maturo, un eroe disposto a sacrificare la propria vita e le proprie sicurezze per proteggere ciò che ama e ciò che è giusto.
C’è da dire, però, che quando entra in scena Loki non ce n’è per nessuno.

Se Chris Hemsworth è Thor fisicamente, Tom Hiddleston è Loki anche nell’animo.
A mio parere l’attore britannico prima o poi verrà preso in custodia dalle forze dell’ordine per non aver timbrato il biglietto del bus, non aver pagato le multe per divieto di sosta o per esser passato col rosso, e quando interrogato Hiddleston risponderà “Ora basta! Io sono un Dio!” e il piedipiatti di turno “Uhn, un dio gracile…”. Ma, tornando al Dio dell’Inganno, e parafrasando la mia amica Elena Pizzi, no, Loki non è più un dio gracile. E’ una divinità più umana della maggior parte degli umani, un personaggio sempre in bilico tra giusto e sbagliato che spiazza lo spettatore ogni cinque minuti, un uomo che prende le sue decisioni con fierezza ed orgoglio e che, quando tu pensi stia mentendo spudoratamente, in realtà sputa fuori tutta la verità riguardo il suo dolore e il suo ego incompreso, alzando irrimediabilmente l’asticella per quel che riguarda alcuni momenti ad alto tasso di empatia.

E i grossi momenti da emozione in questo sequel ci sono, ci sono eccome. In particolare, uno esattamente a metà film e uno a due terzi, roba da fazzoletti a portata di mano (fazzoletti che, comunque, potrete sempre riutilizzare per la scena a metà dei titoli di coda, quella che si collega ai Guardiani della Gal…ehm, coff, coff, si, insomma, uno dei prossimi film Marvel Studios).

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E poi c’è Jane Foster. Anche qui, rimanete fino alla fine di tutti i titoli di coda (le scene bonus sono due!) che c’è proprio un bel momento da “Oooh!” per la serie che tutte le commedie di Julia Roberts, in confronto, possono essere tranquillamente sotterrate nei meandri di Svartalfheim.
Jane in questo sequel diviene un personaggio chiave della vicenda, passando da ricercatrice confusa ed impaurita ad una pedina fondamentale per la salvezza dell’universo.
Un’ottima prova per Natalie Portman che, forse, è la figura in cui lo spettatore riesce ad immedesimarsi maggiormente, soprattutto per quel che riguarda lo stupore riguardante la scoperta di mondi fantastici come quelli dei Nove Regni. Jane è accompagnata dalla solita Darcy e da Selvig, personaggi che si caricano sulle spalle il peso della maggior parte delle scene ironiche (fortunatamente) sempre presenti nei film Marvel Studios.

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Parentesi a parte per i personaggi di Sif (sempre stupenda Jaimie Alexander!), i Tre Guerrieri ed Heimdall, le cui trame ruotano attorno ai protagonisti e che, purtroppo, non vengono curati più di tanto (onestamente non ne ho sentito la mancanza, anche perché altrimenti il film sarebbe dovuto durare ottantadue ore, senza motivo).
Ah, e come dimenticare il divino (in questo caso, in tutti i sensi) Anthony Hopkins che ogni scena in cui alza la voce o parla col cuore ai figli è da brividi lunghi un chilometro, anche se – a mio avviso – la scena con maggiore intensità è quella con sua moglie, Frigga (interpretata da Rene Russo).

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Per i feticisti dei comics e della continuity (cinematografica e non) i riferimenti a storie cartacee saranno parecchi e ben evidenziati, mentre aspettatevi qualche sorpresa riguardo i protagonisti degli altri lungometraggi Marvel Studios, uno dei quali è da standing-ovation in quanto originalità ed imprevedibilità.
Tutti elementi che fanno di Thor: The Dark World un vero e proprio fumetto trasposto su schermo, un prodotto che mescola sapientemente azione, intensità, ironia, fanservice, epicità, dramma e commedia.

I Marvel Studios correggono il tiro rispetto ai film della Fase Uno rendendo questi cinecomics (mi riferisco pure ad Iron Man 3) decisamente più completi e sfaccettati, ponendoli su numerosi piani di lettura differenti e raccontando le gesta di questi personaggi che, ad oggi, sono oramai nell’immaginario collettivo di chiunque.
E, a mio avviso, è una gran cosa.

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Adesso scusatemi, torno ad Asgard che Lady Sif ha chiesto il mio aiuto per sintonizzare il digitale terreste, e, si, sappiamo tutti cosa significa.

Nuff Said!

Nota: se volete avvicinarvi ai fumetti di Thor o approfondirne la sua conoscenza, qui trovate una guida alla lettura adatta a chiunque, neofiti e non.